"Il campione è un bicchiere di cristallo": Chiesa e le altre stelle tanto fragili quanto umane
La rinuncia dell'azzurro alla nazionale riapre il tema della vulnerabilità nello sport. Niki Lauda, Biles, Djokovic, Falcao, Thorpe e altri insegnano che avere paura non è mai una colpa
L’eroe sportivo è per sua natura fragile, esposto allo schiaffo di un destino che non sempre ci sorride. Ogni tanto il campione si sporge per guardare l’abisso, salvo scoprire che l’abisso è dentro di sè. La nostra amica paura ci fa compagnia, nella buona e nella cattiva sorte. La rinuncia alla nazionale di Federico Chiesa va in questa direzione. Non se l’è sentita, ma non va rimproverato. Va invece capito. Perché capendo lui, ne sapremo più di noi. Si è fermato un attimo prima di mettersi in gioco, preferendo preservare la propria salute, anche mentale. Al centro del villaggio non c'è nessuna chiesa, ora si aggirano i fantasmi. Ci sarà tempo, se il tempo lo vorrà, di fare altre scelte, di partire per altre rincorse, di tentare nuove avventure. La rinuncia di Chiesa riannoda il filo di quel fragile equilibrio che si sviluppa tra l’ambizione che ogni sportivo coltiva - ed è la benzina del proprio percorso - così come la voglia di dimostrare a sé stessi che nulla potrà fermarci - Chiesa era tornato in Nazionale dopo un’assenza di due anni - e la certezza che il dolore, la fatica, l’ansia lasciano nei nostri pensieri un residuo di fragilità che no, non se ne va. Se questo fosse un film di Paolo Sorrentino ora dovremmo tutti urlare in coro “Federico, non ti disunire”; ma lo sport racconta altre storie e altre sfide, altre paure e altre crepe.