Troise: "Da zero punti alla zona playoff con i giovani. Si può fare"
La Gazzetta dello Sport

Troise: "Da zero punti alla zona playoff con i giovani. Si può fare"

Mercoledì 25 marzo 2026
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L'allenatore del Lumezzane: "La squadra è cresciuta, ha trovato equilibrio. Da Gallea a Caccavo, tante risposte dagli under"

L'allenatore del Lumezzane: "La squadra è cresciuta, ha trovato equilibrio. Da Gallea a Caccavo, tante risposte dagli under"

Pietro Scognamiglio 25 marzo - 11:08 - MILANO

Chi lo frequenta nella quotidianità, descrive Emanuele Troise come un napoletano atipico. Che non ha perso la solarità partenopea, ma che dalla sua città si è dovuto staccare (anche un po' emotivamente) nella costruzione della sua carriera in panchina. Oggi, rimettendosi in discussione dopo il doloroso esonero di Arezzo, sta provando a portare il Lumezzane nei playoff. Missione tutt’altro che scontata, considerando il punto di partenza.

Ma partiamo da oggi: ottavo posto a cinque giornate dal termine. Non partecipare alla post-season sarebbe una delusione… 

“Da un lato sì, mi dispiacerebbe. Ma abbiamo sempre rincorso e un po’ di affanno può essere fisiologico. Cerchiamo di evitarlo e anche di far visualizzare man mano il nuovo obiettivo nella testa dei ragazzi. Siamo ambiziosi e ho trovato terreno fertile, dopo che si è sempre parlato di salvezza”. 

In effetti, l’inizio di stagione non lasciava pensare ad altro: è subentrato alla quinta giornata con la squadra a zero punti, tra l’altro in un ambiente dove – pur avendo difeso la categoria, nello scorso campionato – non si vinceva una partita da gennaio 2025. 

“Ci siamo tirati fuori da una situazione complicata, innegabilmente. Ma una coincidenza ci ha dato una bella spinta: nel giorno in cui sono arrivato, c’è stata la presentazione in piazza della squadra davanti a 1.500 tifosi. Non il classico primo giorno di lavoro di un allenatore subentrato”. 

Da lì è cambiata la storia della stagione, anche attraverso una striscia utile di 13 partite. Nella quale ha fermato il Vicenza sull'1-1 e battuto il Brescia in quello che a Lumezzane viene vissuto come un derby, causando l’esonero di Diana. Dal suo punto di vista, 22 punti di distacco fotografano la differenza tra le prime due? 

“Gallo ha fatto un lavoro straordinario, grande merito a lui. Se ha preso il largo, però, è anche perché quelle dietro sono andate piano. Il primato non è mai stato in discussione nemmeno quando il Vicenza ha avuto i suoi pochissimi tentennamenti”. 

Delle sue 29 partite, 13 si sono concluse senza subire gol. Quanto conta non prenderle nella sua idea di calcio? 

“E’ una componente come le altre, conta soprattutto il risultato. E conta l'anima della squadra nel non voler prendere gol. Mi piace sottolineare che siamo riusciti a trovare equilibrio con diverse proposte: con la linea alta, in campo aperto senza timore dell'avversario, ma adesso anche stando un po’ più bassi. A un allenatore dà soddisfazione non prendere gol in diversi modi”. 

Sta giocando quasi sempre con 6 under in campo, quindi andando anche oltre la quota necessaria per il minutaggio. Lo fa perché è aziendalista? 

“La politica societaria va rispettata, ma siamo andati oltre. Non ho avuto vincoli. Nelle prime partite non utilizzavamo tanti under perché c’era la priorità di tirarci fuori dai guai. Poi ho dato sempre più spazio alla meritocrazia derivante dagli allenamenti, unico criterio che ispira le mie decisioni. Abbiamo finito partite anche con 7 under in campo. Giocano perché sono forti, non per la carta d’identità. Dico di più: tolti i 4/5 giocatori più esperti tra i quali Paghera e Moscati, per il resto abbiamo tanti esordienti in C o comunque ragazzi mai stati protagonisti altrove. Fare insieme a loro lo scatto mentale per puntare ai playoff è molto stimolante”. 

Ci presenti qualcuno dei suoi giovani: per esempio Gallea l’ha preso il Cagliari, lasciandovelo in prestito. 

“Gallea è un difensore moderno per struttura, può rimanere in campo aperto nell'uno contro uno, c'è davvero tanto margine di crescita perché sa lavorare sia sull’uomo sia di reparto. Quando sono arrivato era fuori lista e un po' arrugginito, ma ha mostrato una grande propensione ad apprendere. Oggi non è pronto per la A, ma con una tappa intermedia può arrivarci”. 

E Caccavo? E’ arrivato in doppia cifra senza rigori.

“Attaccante dalle potenzialità enormi, gioca ancora al 40 per cento. Ha fisico, strappo, una potenza incredibile, buone qualità con entrambi i piedi. Deve migliorare nella finalizzazione sul gioco aereo e nella velocità di gioco. La differenza tra le categorie la fa saper anticipare i tempi sulla giocata”. 

Di recente l’abbiamo vista a pranzo con De Zerbi e Guardiola, nella sua ultima visita bresciana. Di cosa avete parlato? 

“Intanto è stato un privilegio inaspettato, Roberto è stato il tramite. Ho giocato a calcio per avere vissuto l’era Maradona, sono diventato allenatore vivendo l’era Guardiola. E non parlo di tattica, perché i copia e incolla sono pericolosi. A pranzo si è discusso principalmente di gestioni: negli anni ho sempre studiato altri allenatori, nell'aspetto calcistico devi essere te stesso ma si può apprendere tanto sulla gestione di gruppi numerosi e di giocatori importanti, oltre che di direttori e presidenti. Gli ho chiesto tante cose, mi ha detto di essere sempre me stesso”. 

E il suo legame col Napoli, oggi? 

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“Resto uno del quartiere Montesanto, pur avendo vissuto spesso lontano. Sono tifoso di Napoli prima che del Napoli, legato alla storia e alla cultura della mia città che comprende indissolubilmente anche la sua squadra. Nel Napoli ho fatto tutto il settore giovanile e ho esordito in prima squadra, poi – da allenatore – solo un anno nello staff di Benitez prima di prendere altre strade professionali. Resta la squadra della mia città, la prima di cui mi interesso, anche adesso che gli occhi dell’addetto ai lavori prevalgono su quelli del tifoso”.

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