Prandelli: "Stage negato, Gattuso ha fatto gruppo a tavola. Così l'Italia è diventata una famiglia"
L'ex ct sicuro che il metodo Ringhio pagherà: "Ha un rapporto diretto con i giocatori, che ora non sentono la convocazione come una fatica ma come un privilegio"
L'ex ct sicuro che il metodo Ringhio pagherà: "Ha un rapporto diretto con i giocatori, che ora non sentono la convocazione come una fatica ma come un privilegio"
Dal nostro inviato Fabio Licari 26 marzo 2026 (modifica alle 08:07) - BERGAMO Prandelli nel 2012 portò l'Italia alla finale dell'Europeo"Sono ottimista per un semplice motivo: perché Rino ha scelto una strada nuova che darà grandi risultati, non ho dubbi”. Una strada che ricorda moltissimo la sua, di Cesare Prandelli, uno dei ct più vicini ai giocatori nei quattro anni sulla panchina azzurra. Attento ai rapporti personali e alle esigenze dell’uomo prima che del calciatore. Il biennio 2010-12, con Prandelli ct, è quello che porta gli azzurri fino alla finale contro la Spagna nell’Europeo in Polonia-Ucraina. Bel gioco, memorabili il successo (ai rigori) con l’Inghilterra e poi con la Spagna, ma la partita di Kiev è maledetta: loro sono più forti e noi senza più una goccia di energia. Qualcosa si perde per strada nel secondo biennio: nel Mondiale brasiliano, l’ultimo dell’Italia, usciamo nella fase a gruppi pur avendo battuto ancora gli inglesi. Prandelli è vicino idealmente alla Nazionale di Gattuso e lo sarà ancora di più quando si occuperà della crescita tecnica (e non tattica) dei giovani per rilanciare generazioni oppresse per decenni dal risultato a tutti i costi. Con che risultato — scusate il gioco di parole — s’è poi visto.
Prandelli, qual è la nuova strada di Gattuso?
“Quella del rapporto diretto con i giocatori. Non gli hanno concesso lo straccio di uno stage, neanche due giorni per avere la squadra con sé, e lui cos’ha fatto? S’è inventato lo stage in giro per l’Italia e l’Europa, andando a incontrare tutti i suoi giocatori. A cena, a pranzo, come tra amici, non parlando necessariamente di calcio. Per lui è facile perché è una bella persona attenta a queste sfumature. Sa cosa pensano i giocatori adesso?”.
Che cosa?
“Di essere in una famiglia. Di essere parte di un gruppo unito nel quale ci sono cose che contano più della tattica: che poi basta un episodio, un gol subito dopo un minuto, un palo, e qualsiasi progetto va subito per aria. Lo sanno tutti. Ma il gruppo resta”.
Storicamente la Nazionale riesce a vincere quando c’è un forte spirito di squadra
Il famoso gruppo che l’Italia fa come nessun altro...
“Noi abbiamo da sempre queste caratteristiche. Quando vinciamo, storicamente, è perché si crea uno spirito di squadra. Ma in un momento del genere serviva di più: gli azzurri non si sono più sentiti abbandonati, mentre attorno quella era la sensazione. Rino non ha potuto allenarli in campo prima di lunedì, li ha allenati in altro modo”.
In passato quelli mezzi infortunati andavano a casa, oggi la gente con le stampelle resta a Coverciano...
“Perché non sentono la convocazione come una fatica ma come un privilegio. In campo si vede che il loro pensiero è: come posso dare una mano agli altri? Come posso rendermi utile? Non era sempre così...”.
Com’era?
“Le espressioni non tradivano. In passato ho visto spesso giocatori a testa bassa o che cercavano con gli occhi soltanto la panchina quasi per chiedere aiuto. In pratica, Rino ha detto ai suoi ragazzi: 'Non siete soli'. E loro hanno capito l’importanza del suo lavoro”.
Non è sbruffoneria dire che siamo più forti dell’Irlanda del Nord, no?
“Noi abbiamo valori superiori, ma era così anche in passato e siamo rimasti delusi. Ora tutti si aspettano un successo, ma il calcio non è così. Intanto i nostri avversari meritano rispetto assoluto. Se pensi di vincere facile, allora tutto diventa più difficile”.
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