Montano: "Mi ruppi un dito per colpa degli anelli da truzzo. Atene, dove vinsi l'oro ora c'è un parcheggio"
L'ex stella della scherma azzurra: "Mi innamorai della pedana grazie ai racconti del nonno. I primi allenamenti con lui sul pianerottolo di casa. Volevo fare calcio, ma mia madre nascose la cartolina dei provini"
L'ex stella della scherma azzurra: "Mi innamorai della pedana grazie ai racconti del nonno. I primi allenamenti con lui sul pianerottolo di casa. Volevo fare calcio, ma mia madre nascose la cartolina dei provini"
Alessandra Giardini Collaboratore 3 aprile - 08:17 - MILANO Aldo Montano festeggia la medaglia di bronzo ai Giochi Olimpici di Londra 2012. ANSAAldo Montano sta guidando un furgone con le sue cose: lascia la casa di Roma dopo 26 anni e torna a Livorno, dove c’è Olga e i bambini vanno a scuola. “La mia città è l’inizio di tutto e l’approdo finale. Da ragazzo ci tornavo ogni fine settimana: Aurelia a manetta, i soliti amici, cena, discoteca, la domenica il pranzo con i miei. Magari non è bella come altre città della Toscana ma è completamente diversa da tutte. Il bello sono le persone, lo stile di vita, le baracchine, le ciabatte, gli scogli. Qui diciamo: meglio disoccupato a Livorno che ingegnere a Milano, ed è un vanto”.
Aldo Montano Ex schermidore Nato il 18 novembre 1978 a Livorno, ha vinto dodici medaglie ai Mondiali e cinque alle Olimpiadi, tra cui l'oro a Atene 2004 nella sciabola.Vincere l’oro olimpico rende immortali?
“No. Oddio, spero di sì ma non credo. È una cosa meravigliosa mentre sei in attività, ti dà quell’aura di forza, di invincibilità. Poi piano piano svanisce, torni mortale, si perde la magìa”.
VIDEO: Bebe Vio, l'annuncio a sorpresa: "Lascio la scherma, voglio fare i 100 metri"Ma come?
“Mia moglie mi ha organizzato questo viaggio ad Atene vent’anni dopo l’oro. Mia figlia mi chiedeva: babbo, ma dov’è che hai vinto? Andiamo là e hanno buttato giù tutto, è diventato un parcheggio. Una tristezza che non ti dico”.
Il primo ricordo di Atene qual è?
“A metà gara, la mattina, ero un po’ teso e qualcuno mi fa: 'Il presidente ti vuole parlare'. Io rimando, il presidente della Federazione può aspettare. Finché mi dicono: 'Oh, ti cerca Ciampi'. Allora volo, e lui che era livornese come me mi fa: 'Mi raccomando Montano, oggi si vince'. E io: 'Certo, si vince'. Gliel’avrei giurato col sangue. Mi portò bene”.
Aldo Montano bacia la sua medaglia d'oro dopo aver sconfitto l'ungherese Zsolts Nemcsik durante i Giochi Olimpici Estivi di Atene 2004. Getty ImagesA Casa Italia, la sera, si inginocchiò davanti a Rino Tommasi.
“Mi sembrava di essere sulla Luna. Ci sono voci che sono state la musica dello sport: Tommasi, Galeazzi. E Cannavò: mi ricordo un suo articolo in cui descriveva il mio babbo come goffo e a me invece faceva i complimenti”.
Eravate così diversi?
“Lui era molto aggressivo, allora non c’era la parte elettrica, dovevi convincere la giuria. Così recitava, era sopra le righe: salti, capriole. Io l’ho interpretata a modo mio: teatrale, pieno di braccialetti, ma era una scherma di difesa”.
Con quella storia di famiglia la scherma per lei è stata una scelta obbligata?
“A metà. Avevo 4-5 anni e mi portavano in palestra, mentre il babbo si allenava. Io pensavo che ci fosse solo quella cosa lì, l’ho sempre conosciuta, quel rumore, quel puzzo, mi era tutto familiare. Non ricordo il primo giorno, insomma. A casa arrivò una cartolina per fare i provini a calcio, io avrei voluto fare come tutti i miei amici, ma mia madre la nascose. Mi innamorai della scherma dai racconti del nonno, gli anni Trenta e Quaranta. Mio padre non ha mai avuto quell’amore lì, il nonno doveva rincorrerlo per mandarlo in palestra. A me invece faceva lezione la sera nel corridoio, vivevamo sullo stesso pianerottolo”.
Rifarebbe tutto?
“Mi guardo indietro e vedo che mi sono divertito un sacco. Ho avuto una vita magari non lineare, sono stato il numero 1 e poi il 100 e sono tornato ancora. Ho gareggiato fino a 43 anni senza sentirmi di troppo”.
Nei quattro anni tra un’Olimpiade e l’altra le gare di scherma non si vedono da nessuna parte. Così la gente mi incontrava e mi chiedeva: ma stai continuando? Mi feriva
Aldo MontanoLe piacerebbe che i suoi figli facessero scherma?
“Olympia la fa, ma per ora non dimostra una grande passione. Io sono come mio nonno: le racconto le storie della scherma, ma lei si addormenta al terzo minuto. Mario è ancora piccolo”.
Che padre è?
“Apprensivo da morire. Non lo avrei mai immaginato”.
La cosa più ingiusta che hanno detto di lei?
“Nei quattro anni tra un’Olimpiade e l’altra le gare di scherma non si vedono da nessuna parte. Così la gente mi incontrava e mi chiedeva: ma stai continuando? Mi vedevano solo sulle copertine dei giornali di gossip e pensavano che mi divertissi e basta. Mi feriva”.
I reality, le copertine: le piaceva quella parte della popolarità?
“Molto. Inizialmente mi ha incuriosito da morire, mi divertiva come spazio temporale, una vita parallela a quella di atleta dove l’una entrava poco nell’altra, ma hanno marciato insieme per vent’anni”.
Cosa avrebbe voluto sentirsi dire?
“Che combattevo anche rotto. L’Europeo del 2005 lo vinsi con un braccio ingessato e non ne parlò nessuno. Tre settimane prima per esultare avevo dato un pugno sulla pedana, avevo tre anelli enormi, truzzissimi, mi ruppero il dito della mano sinistra”.
Il poster in camera?
“Albertone Tomba. Ero appassionato di sci, bravino anche. Lui mi piaceva perché non c’entrava niente con quel mondo lì, aveva scardinato tutto”.
C’è qualcuno che dovrebbe scusarsi con lei?
“Uno ci sarebbe, un vecchio socio. Ma le scuse non bastano, dovrei prenderlo a calci in culo”.
Ricorda tutti i torti?
“Macché. Sono uno scorpione atipico: me li tengo un po’, mi logorano poi se ne vanno”.
La sua qualità migliore?
“L’onestà”.
Un brutto difetto?
“Sono noioso. Nel senso che rompo, mi fisso sulle cose, ho dei tarli, come mettere a posto le cose, la puntualità, la precisione”.
Aveva dei riti?
“Ero proprio fissato. Prima di ogni gara dovevo passare da Livorno, vedere alcune zone. Mi vestivo con la stessa routine: prima destra poi sinistra. Andavo in bagno e davo un pugno al muro, aprivo il rubinetto dell’acqua tre volte, ma se c’era il miscelatore era un dramma: i pugni diventavano tre e le aperture del rubinetto nove. Capisci bene che così ti ingolfi”.
A me manca tanto la vita da sportivo. Niente riesce a sostituire la sensazione che ti dà allenarti, gareggiare e vincere
Aldo MontanoSa come si dice: l’ossessione batte il talento.
“Sì, ma se sei molto ossessionato vai in cura. Infatti, io ci sono andato. Ho lavorato diversi anni con Giorgio Nardone, psicologo di Arezzo. Facevamo sedute di pulizia, ero ossessivo-compulsivo”.
Che rapporto ha con la fatica?
“Certe sere tornavo così stanco da non riuscire a fare la doccia. Bello. Ho sempre trovato dalla fatica un appagamento”.
E col dolore?
“Lo reggo bene, sono un animale. Somiglio vagamente a qualche donna forte, tipo una Brignone”.
Ha subìto diversi interventi.
“Due spalle, la protesi all’anca, i tendini peronieri di piede e ginocchio, il gomito, l’epitrocleite. Lo sport fa malissimo”.
Gli sportivi sono fortunati, hanno due vite: una prima e una dopo.
“A me manca tanto quella vita là, forse sarebbe stato meglio non assaggiarla proprio. Invece vivo di conflitti interni che lego alla bellezza dello sport. Nella vita ci sono cose meravigliose, ma non riescono a sostituire la sensazione che ti dà allenarti, gareggiare e vincere. Anche perdere”.
Cosa le manca?
“Le notti in bianco prima delle gare importanti. Io non mangiavo, sentivo un buco alla bocca dello stomaco. E non dormivo”.
La notte dopo riusciva a dormire?
“No, la notte dopo mi divertivo”.
Adesso cosa fa?
“Ho un’academy itinerante col mio vecchio maestro Bauer. Fino a Los Angeles siamo a Padova, nella struttura del Petrarca. Prepariamo una trentina di atleti internazionali. Sono orgogliosamente tecnico delle Fiamme Azzurre, stiamo costruendo un percorso nuovo. Poi mi occupo del cantiere navale di famiglia, a Livorno. E mi diletto nelle costruzioni edili: abbiamo appena finito dieci appartamenti, classe A4, stilisticamente ganzissimi. Ho una vena artistica, e comunque è bello veder crescere qualcosa”.
I suoi genitori saranno contenti.
“Credo di sì. Li ho fatti un po’ penare ma niente di drammatico, li ho fatti giustamente agitare, soprattutto mia madre. Mio padre no, lui è serafico. Come Olga”.
Olga le ha insegnato il russo?
“Quando mi allenavo col grande Viktor Sidiak sapevo solo le parolacce, quelle che diceva continuamente a me. Poi sono un po’ migliorato, una microconversazione la so fare, ma non granché. Olympia lo parla, Marietto ancora no: lo capisce, ma è timido come il babbo”.
Timido lei?
“Timido e taciturno”.
Ha paura per i suoi figli? Questo mondo la spaventa?
“Mi mette molta ansia, sì. A Padova aspettavano per sei mesi la nazionale iraniana, li avevo aiutati a fare i visti, e invece è successo quello che è successo. È un mondo che ti fa credere di doverti proteggere dagli altri, di doverti chiudere. Lo sport mi ha insegnato esattamente il contrario”.
Ha sentito quello che ha detto Gravina?
“Un'uscita infelice. Sono fiero di far parte di quell’Italia dilettantistica che ha portato onore, orgoglio e senso di appartenenza in questi anni di assenza del calcio dal palcoscenico mondiale. Fiero di essere un atleta dello Stato. Se Gravina vuole qualche lezione di professionismo la può prendere in qualunque associazione sportiva dilettantistica di qualunque sport olimpico”.
Come si immagina tra vent’anni?
“Oddio. Perché tra vent’anni? Non possiamo fermarci adesso? O magari andare anche un pochino indietro?”.
No. Tra vent’anni.
“Pelato, di sicuro. Grasso. I figli grandi. Oddio che ansia. In realtà spero di essere abbastanza simile a ora, mi vorrei vedere anzi più tranquillo, in questo momento sono un po’ agitato, vorrei veder realizzate tante cose che sto facendo. Ecco, se ci penso bene, tra vent’anni vorrei andare con un filo di gas”.
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