L'invasione, viaggio nel cuore dell'epidemia da Fentanyl
Dalla crisi sanitaria all'emergenza sociale nell'inchiesta di Simonetta
(di Marzia Apice) BIAGIO SIMONETTA, L'INVASIONE. DAL FENTANYL AI NUOVI OPPIACEI: VIAGGIO NEL CUORE DI UN'EPIDEMIA GLOBALE (Salani, pp.206, euro 16.90). Siamo abituati a considerare la droga "un vizio da tossici", associandone il consumo al degrado sociale e culturale, alla delinquenza, a storie per così dire "al limite". Eppure esiste un esercito di persone insospettabili - non i "reietti" che la società tiene ai margini ma professionisti, impiegati, studenti, madri e padri di famiglia - che sta morendo sotto i colpi di potentissime sostanze prodotte nei laboratori, nate per essere "sicure" ma tanto pericolose quanto subdole. Parla della "droga degli zombie" il nuovo libro-inchiesta di Biagio Simonetta, dal titolo "L'invasione", edito da Salani, che mette al centro l'epidemia di Fentanyl e dei nuovi oppiacei. La crisi sanitaria legata al consumo di oppiacei, che sembrava essere un fenomeno solo americano, in realtà non lo è affatto: l'autore, giornalista del Sole 24 Ore, lo dice subito e chiaramente. L'ascesa del Fentanyl è infatti ormai globale, vista la velocità con la quale questa droga sta dilagando, e purtroppo sottovalutata, esattamente come accadde con l'eroina all'inizio degli anni '70.
A San Francisco e Philadelphia, già da tempo, e poi in Canada così come in Europa, può capitare di vedere corpi di donne e uomini ciondolare in strada o ripiegarsi su se stessi, i passi incerti e lo sguardo vuoto tra veglia e incoscienza. A volte sono immobili, accasciati per terra, a volte un'ultima dose ne ha stroncato il respiro provocando un infarto. I più fortunati vengono riportati in vita se i soccorsi sono tempestivi, per gli altri invece finisce la speranza, e resta solo la morte. Eppure all'inizio gli oppiacei da laboratorio non erano nati per invadere il mercato della droga: erano un "miracolo" contro il dolore cronico. L'ossicodone, che ha più di 100 anni, venne sintetizzato come sostituto della morfina, sostanza troppo incline per la sua potenza a creare dipendenza. Sembrava davvero una svolta ma poi, negli anni '90, le cose sono cambiate con l'immissione sul mercato di un farmaco a base di ossicodone a rilascio prolungato, utile a contrastare il dolore oncologico e quello cronico. Alcuni pazienti scoprirono che frantumando le compresse si otteneva una scarica di ossicodone immediata, simile all'eroina. Quell'antidolorifico diventava per chi lo assumeva non "un viaggio psichedelico", scrive l'autore, quanto piuttosto una promessa di pace, "una carezza continua, un torpore che ti abbraccia". Da lì in poi si è aperto un baratro, fatto di migliaia di morti: a decretare l'ascesa senza freni degli oppiacei come l'ossicodone è stato l'incontro tragico tra la disperazione e la solitudine di tanti con l'avidità sfrenata, all'inizio solo delle case farmaceutiche, di medici e farmacisti compiacenti poi anche della criminalità organizzata e dei cartelli della droga.
Il fentanyl e gli oppiacei sono potenti, facilmente trasportabili, prodotti in laboratorio, e soprattutto, economici: un mix letale, che ha letteralmente invaso le strade d'America, allargandosi poi a macchia d'olio in tutto il mondo, e ora è già arrivato in Europa. I tantissimi ormai vittime della dipendenza da Fentanyl non erano tossici, sono caduti nella trappola piano piano, spesso senza sapere esattamente cosa stessero assumendo. Ecco perché questa droga è più subdola per esempio dell'eroina o della cocaina, perché non è legata allo sballo o alla delinquenza, ma al desiderio di pace, e attraversa tutte le classi sociali, nessuna esclusa. E mentre lo spaccio, più semplice e veloce rispetto alle droghe tradizionali, avviene alla luce del sole, in alcune città come per esempio Philadelphia si è provato a proporre piccoli argini alle morti dilaganti, distribuendo nei supermercati i "Fentanyl test" (per capire se nella pasticca che si sta assumendo ci sia davvero il Fentanyl e non magari altre sostanze immediatamente letali), oppure fornendo in modo massiccio anche il Narcan (naxolone in forma di spray), una sorta di antidoto che "può riportare indietro qualcuno che sta scivolando oltre il confine".
Strutturato come un'inchiesta, con numeri e dati puntuali, il libro ricostruisce passo passo la storia del Fentanyl, raccontandone origini, modalità di produzione, consolidamento sul mercato e legami con la criminalità, mantenendo tuttavia costante la volontà di dare un senso, trovare motivazioni che vadano al di là delle semplici statistiche, conservare l'attenzione all'umanità. Ed è questo il tratto più interessante del libro, la voglia che l'autore ha di spiegare un fenomeno, ma senza "normalizzarlo", senza dimenticare di mettere al centro le storie, i corpi, la sofferenza, in una parola l'uomo: raccontare diviene quindi un atto di resistenza, un modo per informare e, attraverso la consapevolezza, costruire un argine alla morte.
"Certo, la parola non cura una dipendenza, non ferma una molecola - scrive Simonetta - La parola non arresta un traffico.
Ma crea attrito, forse rallenta. Costringe a vedere".
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