Le Tre sorelle e il Cechov senza futuro di Liv Ferracchiati
ANSA - Cultura

Le Tre sorelle e il Cechov senza futuro di Liv Ferracchiati

Sabato 2 maggio 2026
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Lettura contemporanea ora a Roma all'Argentina dal 7 maggio al Duse di Genova

(di Paolo Petroni) L'anziano ufficiale medico Cebutykin all'inizio e alla fine di questa rilettura di Liv Ferracchiati di Cechov con 'Tre sorelle. Nevica. Che senso ha?', ora al Teatro Argentina poi dal 7 maggio al Duse di Genova, prodotto dallo Stabile di Torino, fa cadere e manda in pezzi l'orologio che era stato della madre di Olga, Masha e Irina perché, come ci dice il regista, "la questione centrale non è il tempo che passa, ma il momento in cui il tempo non garantisce più un senso, una promessa".
    È questo, credo, ciò in cui più si riconoscono le nuove generazioni, che hanno trovato in Cechov un punto di riferimento, portandolo ripetutamente sulle scene. Ferracchiati, dopo rielaborazioni di 'Platonov' e 'Il gabbiano', qui con la consulenza di Margherita Crepax e della dramaturg Piera Mungiguerra, lo smonta per ridarcene quella struttura intima, quel parlare continuo di futuro e di volere "andare a Mosca!" arrivando sempre a dovervi rinunciare, costellandolo di riferimenti contemporanei, con il desiderio di lavoro che diviene desiderio di "fare politica", le notizie di missili e droni che escono da una radiolina di Cebutykin (interpretato da Giovanni Battaglia con quella punta di gigioneria propria del personaggio), l'esclamazione di Masha "meno de Beauvoire e più maschi" o la notizia dei cambiamenti climatici e degli uccelli migratori che hanno perso l'orientamento, proprio come tutti questi i personaggi.
    In una scenografia in discesa di Giuseppe Stellato come a indicare uno scivolare inevitabile, un equilibrio precario, tutta in bianco e nero come di pietra, di cui alla fine le tre sorelle entreranno a far parte come ne fossero arredi, vestendo soprabiti della stessa materia, lo spettacolo ha una sua bella forza e coerenza e porta avanti la propria idea di lettura, più con razionalità che sentimento nella solitudine di ognuno dei personaggi nella vanità delle proprie illusioni. La scelta è allora quella di una certa estraneità di recitazione, quasi brechtiana, e di dimostrazione di un teorema che raffredda l'atmosfera e rende un Cechov quasi a una dimensione, perdendone la ricchezza delle sfumature, delle ambiguità, dei sentimenti, accelerando verso il momento in cui in proscenio tutti i personaggi parlano contemporaneamente ognuno per proprio conto, dando evidenza schematica a quanto pure c'è nella scrittura originale.
    Il tempo passa con sullo sfondo il grande simbolico incendio e fuori della finestra delle betulle che sembrano rimandare ai ciliegi dell'omonimo giardino cechoviano. Si dice "voglio, voglio" senza saper dire cosa, si guarda a Mosca come a un miraggio di vita migliore e a fargli da contraltare quotidiano c'è il desiderio di un tè sempre chiesto e che mai arriverà.
    Accelerazioni e rallentamenti verbali e d'azione danno il ritmo e il senso di dilatazioni in cui perdersi e un andare poi a precipitare, come l'arrivo di Irina a accettare di sposare Tuzenbach (Riccardo Martone), proprio quando questo viene ucciso in un duello. Del resto la felicità non esiste, "la si può solo desiderare" e si cita Majakovskij (versi per Esenin) su quanto sia facile morire, ché vivere è il difficile.
    Irina trafitta dalla primavera e Masha che maledice la vita sono i due estremi, la prima col cuore chiuso e persa la chiave e la seconda, sposata e delusa dal marito Kulygin (Marco Quaglia), che col colonnello Versinin (Rosario Lisma) ha un momento di passione (e del loro bacio di addio Ferracchiati fa un perno tra sentimenti e ragione), con in mezzo Olga con la sua scuola di cui diverrà direttrice. Quanto agli uomini è evidente il loro spaesamento, la loro astrattezza, la piccolezza degli interessi, il fallimento di cui è esemplare Andrej (Antonio Mingarelli), fratello di Irina, Olga e Natasha, che perde tutto al gioco e resta succube di Natasha, moglie che è la volgarità e la presunzione del nuovo che avanza e, volta al futuro, fa figli e si impadronisce della vecchia casa.
    Un testo sostanzialmente corale, ma in cui alla fine a far da protagoniste sono le donne, le tre sorelle vestite dei colori indicati da Cechov e capaci di dar loro anima, dalla tutta bianca Irina di una Livia Rossi dallo sguardo luminoso, perso nella sua indefinita e ingiustificata serenità, al nero di Masha, una più concreta Valentina Bartolo, più fisica, alle prese con la propria insofferenza distratta poi da un momento di passione, e al blu della divisa scolastica di Olga, un'Irene Villa dispersa come le sorelle e assieme più legata al proprio ruolo, cui si aggiunge l'esuberanza e l'aggressività difensiva di chi si sente in minoranza della Natasha di Giordana Faggiano, con i loro colleghi tutte applauditissime e chiamate ripetutamente in scena alla fine.
   

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