Roth-Zweig, la prefazione di Ada Vigliani
Un brano che racconta l'epistolario, per gentile concessione dell'editore Adelphi
JOSEPH ROTH - STEFAN ZWEIG, 'OMBRE FOLLI. LETTERE 1927-1938' (Adelphi Edizioni, Milano 2026, La collana dei casi 162, pagine 516, euro 32.00) - Per gentile concessione dell'editore Adelphi, anticipiamo un brano dalla prefazione di Ada Vigliani.
''Di loro due insieme c'è un'unica fotografia: gli incontri durante i dieci anni della loro amicizia sono stati pochi, due periodi di vacanza, uno sulla Costa Azzurra e l'altro a Ostenda, assai brevi. In compenso, si scrissero infinite lettere, senza contare gli innumerevoli telegrammi e cartoline postali. La disparità però è notevole. Molte lettere di Zweig sono infatti andate perdute, ma non è solo questa la ragione di tale disparità. Roth - le cui lettere sono manifestamente più numerose - occupa il centro del carteggio. A Zweig è quasi sempre assegnata la parte dell'ascoltatore: è lui a ridimensionare gli sfoghi dell'amico (le invettive contro l'"Anticristo", in tutte le sue manifestazioni), a fornire consigli pratici e aiuto materiale. Solo alle soglie della sua tragica fine, però, Zweig si accorse che le disavventure personali di Roth erano segretamente intrecciate con il corso del mondo: "Adesso" scrisse all'ormai ex moglie Friderike "cresce rapidamente il vuoto attorno a ciascuno di noi e ci diciamo che Roth e tutti gli altri sono stati forse i più saggi". Il dissennato Roth, l'alcolizzato, lo scialacquatore autodistruttivo aveva capito qualcosa che era a lungo sfuggito al buon senso di Zweig. "La ragione ha traslocato dalle nostre menti, senza nemmeno una disdetta preventiva.
Siamo folli e viviamo nell'Ade, siamo ombre folli, morte e ancor sempre idiote. È l'anticamera dell'inferno, questo mondo!" (Roth a Zweig, 1 febbraio 1936).
Quando è nato questo legame, che sfocerà presto in una grande e addirittura fraterna amicizia? Sono entrambi scrittori molto prolifici, dotati di una invidiabile facilità di scrittura, con Zweig che anche nell'epistolario leviga maggiormente il testo e Roth che punta tutto sulla freschezza del discorso. Zweig scrive per vivere (non c'è vita senza l'esercizio dello spirito), Roth per sopravvivere (ma naturalmente anche per lui la letteratura è vita).
Sono entrambi ebrei, ma Zweig è nato a Vienna nel 1881 in una famiglia agiata di imprenditori, Roth è venuto al mondo tredici anni dopo a Brody in Galizia, poco lontano dal confine con l'Impero russo, come ama ricordare, in una modesta famiglia di ebrei orientali − quegli "ebrei erranti" del suo celebre libro −, e rimarrà presto orfano di padre (forse fuggito, forse ucciso o suicida). Tutti e due, in condizioni diverse, frequentano il liceo e l'università, per un breve periodo entrambi a Vienna.
Già nel 1912 il diciottenne Roth cerca invano di mettersi in contatto con Zweig. Poi sino alla fine degli anni Venti le vite dei due futuri amici procedono ciascuna per proprio conto. Nel 1916 Roth si arruola volontario e combatte per l'Impero asburgico, l'ultima diga - su questo punto non cambierà mai opinione - contro la montante marea dei nazionalismi; Zweig prova orrore per il bellicismo diffuso, si dichiara pacifista, mantiene stretti rapporti con l'amico francese Romain Rolland, nel vano intento di mobilitare gli scrittori al di qua e al di là del confine per un comune rifiuto della guerra.
Entrambi scrivono: Zweig acquista grande fama come narratore e saggista, schierandosi a favore di quel "mondo dello spirito" che non conosce frontiere e che fa di lui un europeista tenace (Ricordi di un europeo, è il sottotitolo del suo ultimo e celebre libro, Il mondo di ieri). Da giornalista Roth è inviato in vari Paesi europei tra cui la Germania e la prediletta Francia, ma scrive soprattutto romanzi. Nel 1927, Zweig riceve una copia di Ebrei erranti, lo legge e si complimenta con l'autore: il ghiaccio è rotto. Iniziano a scriversi, prima di rado poi in modo sempre più fitto, soprattutto a partire dal Giobbe, uno dei capolavori, o forse il capolavoro di Roth.
Nasce così un carteggio che tocca i più vari temi, che si fa portavoce di speranza e disperazione riguardo alla situazione politica e personale. Dalla presa di potere di Hitler in Germania la situazione per uno scrittore ebreo diventa precaria anche in Austria. Roth, ormai definitivamente a Parigi, esorta Zweig a raggiungerlo in Francia lasciando la sua bella casa sul Kapuzinerberg nell'apparentemente tranquilla e musicale Salisburgo, dove lo scrittore si era trasferito nel primo dopoguerra: con estrema lungimiranza, Roth intuisce che anche l'Austria diverrà prima o poi preda di Hitler; ma Zweig non vuole abbandonare il suo Paese e il suo pubblico di lingua tedesca: per uno scrittore di successo come lui è difficile rinunciare agli editori tedeschi e a quel pubblico che egli sente come il proprio interlocutore. Per uno scrittore meno popolare come Roth (ma Giobbe e La Marcia di Radetzky furono due successi editoriali) sarà più facile appoggiarsi alle piccole case editrici olandesi, come Allert de Lange e Querido, che pubblicano in lingua tedesca i libri dei fuorusciti.
Il dibattito fra i due scrittori corre tra la lungimiranza pessimista di Roth e la fiducia di Zweig che alla fine tutto si aggiusti, che il diavolo non sia poi così brutto come lo si dipinge, un atteggiamento che tiene legato lo scrittore alla casa editrice Insel, sempre più vicina alle direttive del potere. Alla fine Zweig decide di trascorrere settimane e mesi a Londra, con gran dispiacere di Roth, che spererebbe di averlo vicino a sé a Parigi''.
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