Roth-Zweig, Ombre folli, ovvero le lettere di una profonda amicizia
Dal 1927 al 1939, il mondo intimo di due grandi intellettuali a confronto
(di Elisabetta Stefanelli) JOSEPH ROTH - STEFAN ZWEIG, 'OMBRE FOLLI. LETTERE 1927-1938' (A cura di Madeleine Rietra e Rainer Joachim Siegel. Postfazione di Heinz Lunzer.
Prefazione e traduzione di Ada Vigliani Adelphi Edizioni, Milano 2026, La collana dei casi 162, pagine 516, euro 32.00) - ''L'ho amato come un fratello'', scrive Stephen Zweig al grande amico Romain Rolland parlando della morte di Joseph Roth, avvenuta quando aveva appena 44 anni, il 27 maggio del 1939. E non si fatica a crederlo vedendo l'unica foto che li ritrae insieme, sorridente e compiaciuto l'uno, ombroso e concentrato l'altro, seduti ad un tavolo di Ostenda, in una giornata assolata del 1936.
La morte di Roth sigla la fine di un lungo rapporto, quasi totalmente a distanza, iniziato oltre un decennio prima, segnato da una fitta corrispondenza che ora Adelphi propone in uno straordinario volume, ''Ombre folli. Lettere 1927-1938'', che propone ovviamente non solo un viaggio nell'anima di questi due scrittori, ma anche dei dubbi, dei punti di vista, delle prese di posizione, di due intellettuali ebrei molto diversi in un momento epocale. Spaccato storico insomma, all'ombra di un mondo in disfacimento di cui Roth sente drammaticamente l'incalzare mentre Zweig sembra navigarci sopra, ma anche sostanza di una relazione umana intensissima.
''Nel 1927, Zweig riceve una copia di Ebrei erranti, lo legge e si complimenta con l'autore: il ghiaccio è rotto. Iniziano a scriversi, prima di rado poi in modo sempre più fitto, soprattutto a partire dal Giobbe, uno dei capolavori, o forse il capolavoro di Roth'', spiega Ada Vigliani nell'introduzione.
''Nasce così - aggiunge - un carteggio che tocca i più vari temi, che si fa portavoce di speranza e disperazione riguardo alla situazione politica e personale. Dalla presa di potere di Hitler in Germania la situazione per uno scrittore ebreo diventa precaria anche in Austria''.
Dopo i complimenti ricevuto per Ebrei erranti, nella prima lettera Roth gli risponde: ''Non sono d'accordo con Lei, quando dice che gli ebrei non credono in un Aldilà. Ma è una discussione che richiederebbe moltissimo tempo e moltissimo spazio''. Quel tempo e quello spazio se lo prenderanno in uno scambio che li vede attraversare l'Europa, (Roth a Parigi, in viaggio spesso tra Italia, Francia e Germania e Zweig da Vienna a Salisburgo, a Londra).
''Il dibattito fra i due scrittori - nota efficacemente Vigliani - corre tra la lungimiranza pessimista di Roth e la fiducia di Zweig che alla fine tutto si aggiusti, che il diavolo non sia poi così brutto come lo si dipinge''. Ma il carteggio continua in ogni caso, anche se è soprattutto Roth a monopolizzare l'attenzione con le sue lamentele, i suoi guai, i debiti, ''le precarie condizioni economiche'', le difficoltà con gli editori e con l'alcolismo la disperazione di chi intuisce di camminare sull'orlo del baratro. Una sostanziale insicurezza anche caratteriale che si contrappone alla percezione opposta dell'amico che sembra sempre sentirsi al sicuro. ''Una Sua lettera mi rende altrettanto felice quanto una Sua pubblica presa di posizione'', scrive Rorh a Zweig che non lesina i complimenti anche se le sue lettere sono meno presenti nel carteggio, si comprende dalle risposte.
Pur non essendosi mai visti i due autori sentono, e rivelano, di avere un rapporto intimo, che li avvicina, li mette a nudo: ''l'essere investito di obblighi mi opprime, mi tormenta, mi agita, il profluvio di corrispondenza e di carta stampata mi disgusta: un istinto nomade, in me profondamente radicato, magari di lontana ascendenza ebraica, si ribella a uno stile di vita che di colpo mi è stato imposto dall'esterno, e forse sono l'unico fra gli scrittori di fama che cerchi di mettere un potente freno al proprio successo'', scrive Zweig all'amico.
''Lavoro sotto l'assillo di un'unica necessità: quella materiale. Perché devo riuscire a ricavare il minimo per sopravvivere, senza essere costretto a sfornare uno dopo l'altro articoli che mi rovinano la salute'', racconta a sua volta Roth ''costretto'' a scrivere tutti i giorni.
Ma la diversità li lega fino all'ultima lettera del carteggio nel dicembre del 1938, che Zweig invia da Londra: ''Caro Josef Roth, Le ho già scritto tre o quattro volte, ma non ho mai ricevuto risposta, e, in nome della nostra vecchia amicizia, credo di avere il diritto di chiederLe che cosa intende dirmi con questo Suo ostinato e - voglio sperare - non malevolo silenzio''. Ma quella risposta non ci sarà mai.
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