I 140 anni della casa editrice Olschki, 'la cultura antidoto alle guerre'
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I 140 anni della casa editrice Olschki, 'la cultura antidoto alle guerre'

Mercoledì 10 giugno 2026
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Giornata di celebrazioni a Palazzo Vecchio

Giornata di celebrazioni a Palazzo Vecchio per i 140 anni della casa editrice Olschki: intitolata 'Olschki. Un viaggio nel patrimonio editoriale 1886-2026', ha visto anche la presentazione del volume speciale per l'anniversario. Il legame con la città è forte: la Olschki ha scelto il capoluogo toscano ben due volte nell'arco della propria esistenza.

La prima volta fu nel 1897, a un anno di distanza dalla nascita dell'azienda, con il trasferimento a Firenze voluto da Leone Samuele Olschki, figlio di un tipografo ebreo della Prussia orientale. Firenze offrì al fondatore il contesto ideale per saldare antiquariato, editoria e relazioni d'Oltreoceano. La seconda volta in cui si sublimò il legame con Firenze fu prima e durante la seconda guerra mondiale: nel 1938, a causa delle leggi razziali, l'azienda fu costretta a censurare il proprio nome e il marchio storico sopravvisse sotto la sigla forzata di Bibliopolis. Nonostante la morte di Leo Olschki nel 1940 e la distruzione per la guerra di ciò che era stato costruito, Aldo Olschki, figlio di Leo, decise nuovamente di scegliere Firenze per ricominciare l'attività.

"Quando si raggiunge un obiettivo - ha dichiarato Daniele Olschki, quarta generazione della famiglia - bisogna guardare indietro e pensare a tutti i passaggi che abbiamo dovuto superare in grandi difficoltà ma al tempo stesso guardare avanti. La sfida nuova sarà affidata alla quinta generazione, di mio figlio Gherardo, e che avrà delle connotazioni diverse". Per Olschki "la cultura è un antidoto alle guerre, è il primo mattone che deve sostenere la democrazia in un momento in cui le democrazie di tutto il mondo stanno scricchiolando". Secondo Gherardo Olschki l'obiettivo "è puntare sul simbolo. Il libro è molto più di una parentesi intellettuale, è una parentesi sensoriale".

Tra gli interventi quello di padre Bernardo Gianni, abate dell'Abbazia di San Miniato al Monte, secondo cui "bisogna avere il coraggio di dire che queste imprese sono da sostenere nell'orizzonte di quel bene comune che impegna un popolo a valorizzare ciò che è una alternativa a quella del profitto".

L'assessore alla Cultura del Comune di Firenze Giovanni Bettarini ha ribadito che "oggi la cultura, ancor più di prima, riveste un valore civile e identitario fortissimo". 

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