L'assurdità delle regole del tennis indagate con l'ironia di Umberto Marino
Libro per queste giornate di Wimbledon e per ridere di se stessi, specie se lo si gioca
(di Paolo Petroni) UMBERTO MARINO, 'TENNIS' (MdS EDITORE, pp. 162 - 15.00 euro) - In questo momento di collettiva passione tennistica, in cui anche chi raramente si è mosso dalla sua poltrona partecipa e discute i colpi e le partite di Jannik Sinner, di Jasmine Paolini e tutti gli altri giocatori ai primi posti della classifica mondiale, credo che nelle giornate di Wimbledon possa avere un senso leggersi questo libro di Umberto Marino dedicato a questo sport.
Il volume infatti si interroga su regole e tradizioni del tennis, a partire da tutti i suo assurdi numeri, dagli 0,914 metri per l'altezza della rete (al centro, ché ai lati è di 1,07) al punteggio che dopo 15, 30 passa inopinatamente a 40 o al diametro della palla, e lo fa con quella partecipazione sentimentale e quell'ironia che Marino ha sempre messo nei suoi testi più celebri per il teatro, da Italia-Germania 4 a 3 a Volevamo essere gli U2. Non a caso fa anche un parallelo tra drammaturgia e tennis, che hanno al centro un conflitto e un dialogo, un insieme di risposte che sempre dipendono dalla domanda, cui segue un palleggio e poi magari un colpo di scena che cambia le cose e porta al finale.
La conclusione di tante incongruenze e assurdità, la cui spiegazione di alcune non esiste perché si è perduta nella notte dei tempi (come quel 40 del punteggio), è che ''il tennis è stato inventato da divinità cattive, da qualche demone dal nome assurdo e impronunciabile come quelli degli dei atzechi'' e quindi ''non è possibile vincere con gli dei del tennis. Loro scrivono delle regole inconoscibili, loro fanno in modo che il primo a giocare contro di te sia tu stesso. Che ti spaventi, che sia intimorito e tremante, che ti auto maledica per i tuoi errori, che annulli la tu autostima e la tua sicurezza, così finisce che tiri fuori, lungo o a rete, tiri troppo piano o sparacchi forte senza un progetto di gioco. Come nella vita''.
Ecco quindi che l'autore rivela il senso di questo suo libro che è parlare dell'assurdità, lo sforzo, i sogni e le illusioni dell'esistenza che sono gli stessi del giocare a tennis e di quel mistero per cui, in campo, le palle nuove sparisco e quelle vecchie aumentano come una metafora dell'inutilità del combattere l'invecchiamento. Tutti dicono che il tennis fa male ma, ribatte Marino, non è vero perché se giochi davvero devi essere concentrato sui colpi, l'avversario ecc. e la tua mente si libera, è ripulita dalle incrostazioni di livore malmostoso e i problemi di condominio o di coppia appaiono superabili ''e la stessa vita sembra degna di essere vissuta (questo soprattutto se hai vinto)''.
Per questo valore esemplare del tennis Marino può far ricorso al mito, da Laocoonte a Teofrasto, ai classici, da Shakespeare a Manzoni, non ci sono limiti. Eppure nota che scienza e filosofia non si sono mai occupate delle funzioni formative e pedagogiche del tennis e questo per è particolarmente vistoso nella mancanza di studi approfonditi sulla 'palla arrotata' con tutti i suoi insegnamenti, a cominciare dal ''saper prevedere, anticipare il corso degli eventi che ci vengono incontro, che ci travolgono, accelerando proprio mentre si avvicinano'' e sapervi adattare il comportamento necessario per non esserne sopraffatti.
Il libro passa così dagli sponsor ai maestri, dalla 'doppiezza del doppio' alla degenerazione del padel (spiegata in appendice), soffermandosi sui crampi come sugli spettatori di incontri importanti, silenziosi e dagli appalusi imparziali, perché, al contrario di quello che accade con altri sport a cominciare dal calcio, sono loro stessi giocatori. L'ultima parte è poi una galleria di ritratti, di caratteri, da quello in canotta e quello in polo al decano, da quello che perde sempre con i vecchi ai giovani che fanno lezioni collettive, da quello che sta sempre al Circolo a quello che non saluta e così via, intrecciando tipologie di gioco con modi essere, realtà esistenziali.
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