Addio a Simone Forti, pioniera della danza post moderna
Fiorentina di Los Angeles, l'arte come corpo e danza; le sue opere al MoMA
(Di Alessandra Baldini) Addio a Simone Forti: fiorentina di Los Angeles, Leone d'Oro alla Carriera alla Biennale Danza di Venezia 2023, la pioniera della danza postmoderna è morta a 91 anni nella sua città di adozione dopo anni di convivenza con il Parkinson.
La Galleria Raffaella Cortese di Milano, che la rappresentava, ha annunciato sui suoi profili social la scomparsa dell'artista le cui opere sono entrate nella collezione del MoMA. Simone (Simonetta alla nascita a Firenze nel 1935) è stata tra le figure più innovative e influenti della danza e della performance del Novecento, rivoluzionando il linguaggio del movimento con le sue celebri Dance Constructions che prendevano a prestito dal linguaggio della scultura e della danza.
Simone era nata nel capoluogo toscano in una famiglia ebrea costretta a emigrare attraverso la Svizzera negli Usa per le leggi razziali quando lei era ancora bambina. Cruciale nei primi anni Cinquanta l'incontro alla Reed University con l'artista minimalista Robert Morris: dopo due anni di college, entrambi abbandonarono gli studi, si sposarono e si trasferirono a San Francisco. La svolta per Simone è all'inizio degli anni Sessanta: presentata nel 1961 nel loft di Yoko Ono a Lower Manhattan, la performance Five Dance Constructions and Some Other Things segnò una rivoluzione nella danza contemporanea.
Composta da una serie di brevi azioni sceniche ispirate ai giochi infantili, all'improvvisazione e al principio del caso, l'opera nacque anche dall'influenza delle sperimentazioni della Gutai Art Association, il gruppo d'avanguardia giapponese i cui artisti trasformavano gesti radicali - come sfondare schermi di carta o scagliare pugni di fango - in autentici atti creativi.
In una di queste "costruzioni", Slant Board, i danzatori salivano su un pannello inclinato di compensato, aiutandosi con corde annodate. In un'altra, Hangers, restavano sospesi aggrappati a corde fissate al soffitto, oscillando mentre altri interpreti passavano in mezzo a loro. La prima rappresentazione completa del ciclo fu "uno spartiacque, in cui il rapporto tra corpo e oggetto, tra movimento e scultura, venne radicalmente ripensato", osservò Stuart Comer, responsabile del dipartimento Media e Performance del MoMA in un comunicato diffuso nel 2015, quando il museo acquisì l'opera.
La Forti, a differenza di altri esponenti della danza postmoderna della sua epoca più cerebrali e teorici di lei, univa emotività e rigore intellettuale: quasi ogni forma di movimento per lei era danza, dalla caduta delle foglie alla crescita dei cavoli. A questa visione si ispirò una delle sue opere più celebri, Zoo Mantras (1968), costruita a partire dai movimenti ripetitivi degli animali osservati negli zoo. Altre ispirazioni le vennero dai viaggi con l'Lds, sperimentato a Woodstock nel 1969 e usato con una certa frequenza mentre viveva in una comune l'anno successivo: "Con l'acido si vedono davvero le cose in modo diverso", raccontò, attribuendo alle sue esperienze psichedeliche il merito di aver ampliato ulteriormente la sua gamma artistica.
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