Leggerezza e intensità della 'Principessa di Lampedusa' di Sonia Bergamasco
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Leggerezza e intensità della 'Principessa di Lampedusa' di Sonia Bergamasco

Mercoledì 11 febbraio 2026
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anche regista del monologo che Ruggero Cappuccio ha tratto dal suo omonimo romanzo

(di Paolo Petroni) Conquistano subito l'impegno, la leggerezza, l'intensità espressiva, vocale e fisica della nuova sfida di Sonia Bergamasco in questa 'Principessa di Lampedusa' che lo stesso Ruggero Cappuccio ha tratto ispirandosi al suo omonimo, fortunato romanzo e che si replica al Teatro India sino a domenica. Sfida perché questa attrice prova sempre a misurarsi da sola con personaggi e testi non facili, in cui il femminile ha una valenza precisa e di impegno, come quando è alle prese con i versi di grandi poetesse (Dickinson, Plath, Rosselli) o con figure che vanno dalla Antoinette de 'Il ballo' della Nemirovsky a 'Resurrexit Cassandra' sempre di Cappuccio e con una bella regia di Jan Fabre. In questo lavoro c'è un prezioso gioiello di famiglia con al centro la figura di un gattopardo che la Beatrice Tasca Filangeri di Cutò, principessa di Lampedusa, passa come un testimone alla giovane, non nobile Eugenia per pagarle indipendenza e studi, che rimanda al romanzo che scriverà il figlio Giuseppe e assieme evidenzia quel passaggio da un'epoca che finisce sotto i bombardamenti alleati a quella che sorgerà dopo la guerra.
    Il romanzo racconta con andamento cronologico dal ritorno della principessa a Palermo nel maggio 1943 sino al dopoguerra e a novembre 1946 (con un'appendice poi a 50 anni dopo) e ricostruisce tutti i suoi incontri nella città devastata e nel suo palazzo sventrato dai bombardamenti, dove comunque si insedia e dove darà un ultimo grande paradossale ballo in maschera con tutta l'aristocrazia siciliana, ''una classe che per sopravvivere può soltanto mascherarsi''. E ne esce una figura nobile, d'animo innanzitutto, indipendente, di bella forza vitale e cosciente di quel che sta accadendo senza alcun rimpianto, ''sentimento immobile concentrato su ciò che non può tornare''.
    Nella versione teatrale, da sola, bisognava invece metterla in condizione di rievocare quel periodo, rendendolo vivo per immagini reali, fantasmagorie, metafore e allora Cappuccio la fa raccontare dopo morta, sepolta ai Cappuccini, che, con bella invenzione e l'ardore della Bergamasco, scopre che il desiderio e la voglia, sempre mescolati qui a un forte rimpianto. Ciò si avverte nella prima parte di atmosfera e di ricordi del giardino, del mare, dei fiori e tutto scandito dal musicale, concertato frinire dei grilli, orologio della natura, del cosmo.
    La principessa entra in scena come un'ombra, illuminata in controluce, poi prende a muoversi parlando di suoi luoghi di un tempo quasi danzando, salendo e scendendo dall'unico oggetto scenico, un'altalena, che è emblematico luogo sospeso che va avanti e indietro (mi è tornata alla memoria eguale quella su cui Carlotta Barilli, anche lei ricordando, recitava l'Amazzone e lo Spirito della poesia nel testo teatrale su Ugo Foscolo di Carlo Emilio Gadda nel 1966 con regia di Sandro Rossi). Una introduzione forse troppo lunga e evanescente, pur avvertendo il risveglio carnale del desiderio e di un insieme di ''io voglio'', nella sua introduzione a una collana di ricordi, che vanno dal bel momento in cui, con poetica ironia sorridente, racconta la corte che le faceva il nobile Florio, all'incontro con la giovane Eugenia.
    E questi ricordi, il via via precisarsi di tempi e situazione, come piccole illuminazioni immersi in quell'atmosfera, appaiono sbilanciati e resi da Cappuccio essenziali, quasi didascalici, mentre forse avrebbero dovuto dare più consistenza a realtà e epoca in cui le cose prendono significato. Infine, la sera della prima, davvero tanti, calorosi applausi alle sfumature e musicalità, alla mobilità leggera e le intensità vocali e il non risparmiarsi mai della Bergamasco.
   

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