Nuova stagione di Forof, al Foro di Traiano il 'pozzo della memoria' di Sarah Brahim
L'esposizione fonde archeologia, arte contemporanea e memoria culturale, fino al 27 luglio
(di Agnese Ferrara) Un 'pozzo magico' posato sui marmi policromi della Basilica Ulpia, luogo in cui nell'antica Roma si celebrava la liberazione degli schiavi, in cui il pubblico è invitato a lanciare una piccola pietra per innescare l'avvio di luci e proiezioni ad onde sulla parete circostante. E' da questo 'innesco' che si apre una finestra su vite private, su geografie distanti e sull'ascolto tra popoli e culture diverse. L'antico del luogo si fonde così con l'arte contemporanea e dà spazio alla memoria, singola e collettiva.
Questo il cuore di 'Let us love this distance', progetto/percorso 'site specific' dell'artista saudita Sarah Brahim con cui Forof, il cantiere d'arte fondato da Giovanna Caruso Fendi per promuovere un dialogo tra archeologia, cultura e arte contemporanea, inaugura la sesta stagione negli spazi di Palazzo Roccagiovine, nel cuore del Foro di Traiano con affaccio sulla Colonna Traianea. L'installazione è un percorso 'esperienziale' complesso e coinvolgente aperto dal 26 ottobre fino al 27 luglio del prossimo anno.
"L'installazione del 'pozzo della memoria' di Brahim si ispira ad un luogo fotografato nel 1965 da suo padre, archeologo. Si tratta di un pozzo ad Al-'Ula, lungo un sistema di cisterne e bacini creati per la raccolta dell'acqua lungo l'antica via di pellegrinaggio, il Darb Zubadyah, che collegava l'Iraq alla Mecca e a Medina, voluti dalla principessa abbaside Zubaydah bint Ja'far, - spiega all'ANSA Alessandro Gallicchio, direttore del dipartimento di storia dell'arte dell'Accademia di Francia a Roma-Villa Medici e professore associato alla Sorbona, a cui è affidata una "missione di accompagnamento" dell'installazione.
Il percorso si snoda tra il piano terra e l'area ipogea che conserva l'abside orientale della Basilica voluta dall'imperatore Traiano nel II secolo d.C., sede del rito della 'manumissio' con cui il proprietario (dominus) liberava uno schiavo dalla schiavitù, rinunciando al proprio potere legale.
"Proprio l'acqua, che nei secoli ha protetto i marmi della pavimentazione conservandone i colori, è il punto di partenza dell'intervento di Brahim, nata a Riyadh nel 1992, - precisa Gallicchio -. Acqua, materia e corpo rivivono attraverso questo rituale che coinvolge i visitatori dove il pozzo diventa un ponte tra geografie e temporalità diverse. Attraverso questo gesto si entra in contatto con l'esistenza completa, che invece spesso si perde di vista. Siamo un ecosistema che si raggiunge nel rispetto delle distanze altrui e se questo viene meno dal nostro approccio al mondo, le guerre ne sono l'esempio più disastroso, non c'è futuro".
Sottolinea Giovanna Caruso Fendi: "Brahim ci fa conoscere la distanza e la cultura di un altro popolo. L'installazione si focalizza sull'altro da noi, sulla cultura degli altri popoli e il massacro a cui assistiamo nel mondo in questi anni penso che non sarebbe accaduto se avessimo dato attenzione e ascolto ai popoli distanti. Questo vale per tutte le distanze, inclusi i nostri ragazzi ritenuti ribelli, che vengono considerati lontani e da tenere a distanza. Invece dovremmo fermarci, osservare, capire e riflettere". Informazioni su forof.it.
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