Grazia Deledda, tornano alla luce rari racconti giovanili
sedici storie apparse in rivista, pagine sconosciute ora per Caravaggio editore
(di Elisabetta Stefanelli) GRAZIA DELEDDA, 'LA LEGGENDA NERA E ALTRI RACCONTI GIOVANILI' (Caravaggio Editore, pag. 225, euro 15,90. A cura di Michela Pollutri. Premessa di Enrico De Luca) "Ma chi era Ela? Ela o Michela A...era una fanciulla Sarda di quindici anni. Non bella, ma simpatica e gentile, ella era uno di quei caratteri strani, fantastici, qualche volta fatali.
Istruita anche troppo, un po' corrotta dai romanzi, buona in fondo, sotto il suo corpo fragile di quindici anni, Ela nascondeva un'anima fiera, grande, capace di amare ed odiare come un uomo forte ed assennato". Non è difficile vedere sotto le mentite spoglie di questa fanciulla protagonista di Sangue sardo la giovanissima Grazia Deledda. Il racconto fu pubblicato per la prima volta su L'Ultima Moda nel luglio del 1888, quando l'autrice aveva appena 17 anni eppure nasconde tra le righe tutta la determinazione che la porterà fino al Nobel. Deledda ci ha lasciato una produzione sterminata di romanzi e racconti, ambientati nella sua amata Sardegna, a Roma o nella pianura padana, in quella Cervia dove soggiornò l'estate a partire dal 1920 ma nei racconti ora raccolti ne "La leggenda nera" ci sono le rare e sconosciute pagine giovanili, quelle degli esordi. Del resto era una donna pratica Grazia Deledda, una donna forse fuori dal suo tempo per la capacità di costruire il suo destino con una determinazione senza confronto, come racconta bene in quel bellissimo romanzo autobiografico uscito solo postumo, ''Cosima'', dove si attribuisce tra le principali qualità quella della cocciutaggine. Ed era, innegabilmente, una grande scrittrice, così anche in questi racconti realizzati per motivi economici e per dimostrare a se stessa e al mondo che la sua vocazione l'avrebbe portata lontano, il talento non manca. Si tratta di sedici novelle scritte tra il 1888 e il 1892, periodo in cui ''Deledda oscillò tra il romanticismo e un bozzettismo verista ancora piuttosto timido. I racconti di questo periodo - spiega ancora la curatrice Michela Pollutri nell'introduzione - presentano un clima esageratamente acceso, un linguaggio falsamente decorativo e un continuo sfoggio di reminescenze storiche e letterarie: semplici esercitazioni intellettualistiche che tuttavia le servirono come prezioso tirocinio per imparare a costruire storie e padroneggiare la tecnica narrativa". Operazione insomma più che meritoria perché, nonostante Deledda sia oramai oggetto di una vasta bibliografia dedicata a lei e alle sue opere, non è mai considerata abbastanza, mai al punto da essere messa sullo stesso piano della memoria con quelli che l'avevano tanto criticata. Come Luigi Pirandello che arrivò a scrivere un romanzo per dileggiare lei e soprattutto il marito reo di aver abbandonato il lavoro al Ministero delle Finanze per dedicarsi alla carriera della moglie.
La storia di Grazia Deledda è tutta in questa avversione e dimenticanza che troppo spesso la porta a diventare autrice sommersa, nonostante sia l'unica nostra donna premio Nobel. Una dimenticanza che la vede cancellata dai libri scolastici dove tra storia e letteratura i nomi delle donne che hanno segnato la nostra crescita culturale sono dissolti nella nebbia, anzi nella luce accecante dei vincitori. Oramai si guarda al passato soprattutto in occasione degli anniversari e sono occasioni che spesso riguardano soprattutto le donne, le più dimenticate dalla storia: il centenario di Grazia Deledda durerà un anno perché il Nobel le fu assegnato nel 2026 ma poi le fu consegnato l'anno successivo, nel 1927 abbastanza tempo per ridarle il posto che merita. Questo piccolo prezioso volume che mette a nudo gli strumenti del mestiere di una scrittrice nel momento in cui sta costruendo la propria carriera - nella Sardegna di fine Ottocento ricordiamolo - sperimentando generi e personaggi senza paura, aggiunge un piccolo tassello al posto giusto nel modo giusto.
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