>ANSA-INTERVISTA/ Zuccala, la Russia in Biennale sia spazio di vera frizione critica
Il critico "l'assenza di artisti italiani più che uno scandalo è un sintomo"
"Nel 2022 la Biennale è riuscita a costruire in pochi giorni 'Piazza Ucraina'. Nulla impedirebbe oggi di immaginare un gesto analogo. Se la presenza della Russia è inevitabile, allora che diventi almeno uno spazio di frizione critica autentica, e non un soliloquio persuasivo mascherato da dialogo. Perché il rischio, altrimenti, è che lo spazio del dialogo venga trasformato in un monologo persuasivo travestito da apertura culturale". E' la proposta che arriva da Luca Zuccala, critico d'arte e direttore del Giornale dell'Arte interpellato dall'ANSA dopo la contrarietà espressa dal governo italiano, e ora anche dall'Ucraina, alla partecipazione della Federazione Russa alla Biennale d'Arte.
"Partiamo da una constatazione molto semplice: i padiglioni nazionali della Biennale di Venezia non sono entità neutre.
Storicamente sono espressione dei governi dei rispettivi paesi.
Nella quasi totalità dei casi sono i ministeri della cultura a nominare curatori e progetti. I padiglioni, da sempre, sono strumenti di soft power e di diplomazia culturale prima ancora che spazi di confronto artistico. Per questo motivo è praticamente impossibile credere che la Federazione Russa partecipi alla Biennale con l'intenzione di aprire un vero spazio di dialogo o di tregua culturale. È molto più realistico pensare che cercherà di utilizzare il padiglione come piattaforma di comunicazione internazionale, per presentarsi come interlocutore culturale legittimo e, allo stesso tempo, come vittima di una presunta cancellazione. Pensare che un evento artistico possa sospendere un conflitto geopolitico attraverso il richiamo al dialogo è una visione generosa, ma francamente ingenua" premette Zuccala che aggiunge: "Sia chiaro: il problema non è la cultura russa, che è una delle grandi tradizioni artistiche europee, né gli artisti russi, molti dei quali hanno preso posizioni di dissenso o pagato un prezzo personale altissimo. Il problema è il governo che oggi rappresenta ufficialmente la Federazione Russa".
E quindi? Meglio chiudere ai russi come 2022 e nel 2024? "Se davvero non è possibile escludere il padiglione russo per ragioni diplomatiche o giuridiche, allora la Biennale dovrebbe almeno assumersi la responsabilità di trasformare questa presenza in uno spazio di confronto reale e non in una semplice operazione di normalizzazione simbolica. Un gesto concreto potrebbe essere quello di affiancare al padiglione ufficiale un presidio di artisti russi dissidenti o di voci della società civile che si oppongono alla guerra. Un gesto di questo tipo mostrerebbe che l'istituzione non si limita a ospitare le rappresentanze nazionali, ma è capace anche di costruire un discorso critico sul presente".
Oltre alla presenza russa, c'è chi critica anche l'assenza di artisti italiani tra i partecipanti selezionati per la mostra internazionale In Minor Keys.
"Questo non mi sorprende affatto. Più che uno scandalo è, semmai, un sintomo. E il sintomo riguarda il modo in cui l'Italia è percepita nel sistema dell'arte contemporanea internazionale e, soprattutto, il modo in cui noi stessi, cittadini italiani, trattiamo l'arte che si produce oggi. E' un tema culturale più ampio e profondo. Nel nostro paese l'arte contemporanea interessa a pochissime persone".
E' un problema nostro quindi? "Non ci sono solo italiani: mancano anche artisti inglesi, tedeschi, spagnoli. La mostra, come già in diverse edizioni recenti, è costruita quasi interamente su geografie extraeuropee. È una scelta curatoriale precisa, che ormai caratterizza la Biennale da alcuni anni. Da questo punto di vista non griderei allo scandalo nazionale: non è una questione esclusivamente italiana".
E quindi? "Non farei della Biennale il termometro definitivo dello stato dell'arte italiana. Il problema è molto più profondo e strutturale, e riguarda il rapporto che questo paese ha con il proprio presente culturale. Finché l'arte contemporanea continuerà a essere percepita come qualcosa di marginale, non sarà sorprendente vedere gli artisti italiani sempre più raramente al centro delle grandi piattaforme internazionali".
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