Eccesso di azoto e di allevamenti animali: cosa sta succedendo in questa estate caldissima nella Pianura Padana?
Corriere della Sera

Eccesso di azoto e di allevamenti animali: cosa sta succedendo in questa estate caldissima nella Pianura Padana?

Mercoledì 8 luglio 2026
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L'inquinamento della terra (e delle acque) è legato ai sovraccarichi di nitrati secondo Greenpeace. Una situazione critica dovuta all'alta concentrazione di animali e al riscaldamento climatico

Eccesso di azoto e di allevamenti animali: cosa sta succedendo in questa estate caldissima nella Pianura Padana?

08 luglio 2026

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L'inquinamento della terra (e delle acque) è legato ai sovraccarichi di nitrati secondo Greenpeace. Una situazione critica dovuta all'alta concentrazione di animali e al riscaldamento climatico

Francesco De Augustinis / CorriereTv

Il paesaggio che vediamo scorrere attraverso il finestrino è ripetitivo: un capannone dietro l’altro, allevamenti intensivi di suini, stalle di bovini, allevamenti avicoli. Tra un allevamento e l’altro, i campi sono coltivati quasi tutti a mais, destinato alla produzione di mangimi per impianti che contengono migliaia di capi - anche milioni nel caso degli avicoli. Decine di getti d'acqua ad alta pressione irrigano il mais, mentre altri campi sono solcati da autobotti che spandono i liquami prodotti dagli allevamenti. L’effetto lo sentiamo aprendo il finestrino: insieme al caldo estremo di questi giorni, in auto entra un forte odore di letame. 
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​«In provincia di Cremona, Mantova e Brescia c’è la concentrazione della maggior parte degli allevamenti, suini, bovini e avicoli» ci racconta Maria Grazia Bonfanti, ex sindaca di Vescovato, in provincia di Cremona. In questo comune abitano 4mila abitanti e c’è una concentrazione di 70 mila suini. Oggi Bonfanti è coordinatrice di un gruppo ambientalista, Terre Nostre, con cui denuncia l’inquinamento legato agli allevamenti intensivi: «Qui c’è la concentrazione del 75 per cento della produzione di reflui zootecnici nazionale» afferma. 
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​Ci troviamo in quest’area per raccontare le ragioni e gli effetti della concentrazione di azoto in questo distretto della Pianura Padana, dove si trova la maggior parte delle produzioni zootecniche italiane. Nelle tre province di Brescia, Mantova e Cremona sono allevati per ogni ciclo produttivo circa 3,2 milioni di suini e oltre 1 milione di bovini. Proprio a causa di questa concentrazione, l’Italia è in procedura di infrazione europea dal 2023 per l’eccesso di nitrati e il rischio di inquinamento delle acque, e sia la Lombardia che il Veneto hanno adottato programmi d’azione per il periodo 2024-2027.
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​«La regione Lombardia ogni anno pubblica un rapporto dove c'è l'elenco dei comuni vulnerabili o parzialmente vulnerabili» ai nitrati, afferma Bonfanti. «Purtroppo, nonostante tutta la tecnologia che ci raccontano migliorare l’impatto di questo tipo di agricoltura e di allevamenti, in realtà il numero dei comuni vulnerabili aumenta. Un quarto dei comuni della regione Lombardia sono totalmente vulnerabili, metà sono parzialmente vulnerabili» afferma.

In un'azienda agricola in provincia di Mantova incontriamo un gruppo di lavoro dell’organizzazione ambientalista Greenpeace, che sta effettuando campionamenti delle acque destinate al consumo umano, per verificare la possibile contaminazione da azoto delle falde.

«Gli allevamenti intensivi producono una grande quantità di sostanze a base di azoto, che vengono disperse sui terreni», afferma Simona Savini, responsabile della campagna agricoltura per l’associazione. «Dopo aver fertilizzato, l’azoto in eccesso viene dilavato e si trasforma in nitrati» afferma l’ambientalista. Secondo Savini, «i nitrati sono altamente solubili, finiscono nelle acque superficiali così come nelle acque sotterranee, e possono creare un problema di inquinamento anche per le acque potabili che pescano in quelle falde». 

L’associazione sta facendo questo monitoraggio in diversi Paesi in Europa, dopo che in Danimarca uno studio commissionato dal governo nel 2024 ha messo in relazione l’eccesso di nitrati nelle acque per il consumo umano con un aumento delle incidenze tumorali, raccomandando di abbassare la soglia di tolleranza prevista dalle normative per le acque potabili dagli attuali 50 milligrammi al litro ai 4 milligrammi al litro. 

Perché si fanno spandimenti

Per capire le ragioni degli spandimenti dei reflui zootecnici, visitiamo un allevamento di suini nel modenese, con una capacità di circa 11mila capi. L’allevamento da diversi anni ha investito in un impianto di gestione dei reflui, che separa la frazione secca dai liquami, che poi vengono trattati in alcune vasche aperte tramite un processo di «elettrolisi» che disperde parte dell’azoto nell’aria, mentre quel che resta viene sparso nei campi che circondano i capannoni tramite impianti di irrigazione o autobotti.

Gaetano Luppi, il proprietario dell’azienda, ci mostra le vasche che riducono la presenza di azoto nei liquami, liberandolo in atmosfera: «Viene disperso come nitrito» afferma Luppi. Secondo l’allevatore, questo processo non produce inquinamento nell’aria: «Nell’atmosfera il problema più grosso è l'ammoniaca prodotta dai liquami, ma parliamo di cose minime» afferma Luppi.

La visita all’azienda ci permette di verificare quanto sia connessa la produzione di liquami con la coltivazione di mais, utilizzato a sua volta per la produzione di mangimi. «Il mais, per produrre 150 quintali di granella secca, ha bisogno di una quantità di macroelementi, azoto fosforo e potassio alta, parliamo di 350 o 400 unità di azoto per ettaro», ci racconta Luppi. L’imprenditore spande i liquami su circa 200 ettari di campi circostanti, su cui gestisce le coltivazioni: «Cerco di dargli il fabbisogno per cercare di produrre il più possibile, e lo posso fare», afferma Luppi. «L’importante è che non superi le 170 unità di azoto in questa zona qua che è vulnerabile. Poi ho delle zone non vulnerabili dove posso dare 340 unità di azoto».

La frazione secca di questo allevamento viene in parte portata in alcuni impianti di biogas e biometano dei dintorni. Anche questi impianti, proliferati tra queste province nell’ultimo decennio per l’abbondanza di reflui zootecnici e di colture, hanno un ruolo nel conferimento di azoto e altri «nutrienti» nel terreno: il processo di produzione di gas non elimina queste sostanze, che quindi sono presenti nel «digestato» di risulta, che poi viene anch’esso sparso nei campi come fertilizzante.

«Qui arrivano bilici un po’ da diverse parti, scaricano tutti i giorni il liquame per alimentare l’impianto» racconta Amilcare Boni, agricoltore della zona di Gussola, in provincia di Cremona. Incontriamo Boni presso la sua azienda agricola, dove produce principalmente mais destinato alla mangimistica, che è esattamente a fianco a un impianto che produce biometano. «Poi hanno dei contratti con tanti allevamenti di polli» afferma Boni. «Ne abbiamo uno a un chilometro da oltre un milione di galline che porta qui una buona parte» della pollina prodotta.

Il riscaldamento climatico

Mentre lavoriamo a questo reportage sull'inquinamento delle terre legate all’azoto, sono gli ultimi giorni di giugno e in queste province le temperature stanno battendo record su record. Il problema del caldo inevitabilmente si intreccia con l’oggetto della nostra indagine, e ne vediamo sotto i nostri occhi le conseguenze.

«La temperatura che c’è fuori, c’è anche dentro» ci racconta Luppi, rispetto alla gestione del caldo dentro gli allevamenti di suini. «Dentro è un po’ più elevato, perché c’è il calore degli animali» afferma l’allevatore, ipotizzando temperature che possono toccare i 39 gradi. Luppi ha installato in alcuni dei suoi capannoni degli impianti di raffreddamento, che durante la nostra visita permettono di raggiungere una temperatura interna di 35,8 gradi. Secondo l’allevatore, questo investimento è stato necessario per mantenere la produttività, mentre chi ne è sprovvisto si trova di fronte ad animali in sofferenza termica, che non mangiano, riducono il consumo di mangimi e quindi la crescita, e in molti casi muoiono. «Succede che non mangiano, e poi quelli che da giovani hanno avuto problemi polmonari muoiono di enfisema polmonare», afferma Luppi. «Il cuore non tiene e lo trovi al mattino morto». Secondo l’allevatore, i tassi di mortalità negli allevamenti non provvisti di impianti di raffreddamento in questo periodo possono raddoppiare dall’1,5% al 3%.

Intanto il caldo torrido non colpisce solo gli animali dentro i capannoni, ma influisce anche nella gestione dell’acqua, dell’irrigazione, dei reflui. «Il canale principale è vuoto, vuol dire che non riescono a tirare su dal Po, che è troppo basso» ci racconta Boni. Secondo l’agricoltore, il caldo eccezionale richiederebbe una maggiore frequenza delle irrigazioni del mais, coltura particolarmente idrovora, ma già a fine giugno la situazione idrica nella zona di Cremona è critica e c’è rischio di non poter fare le irrigazioni. «Specialmente quando c’è caldo così va in stress, anche poco ma devi tenerlo bagnato in continuazione» afferma.

Passiamo sopra un cavalcavia che attraversa il fiume Po. Il corso d’acqua più grande d’Italia è ridotto a un piccolo fiume, costeggiato da una larga distesa di sabbia. «Stiamo raggiungendo portate che erano state misurate nel 2022, quando l’evento di siccità fu classificato dai ricercatori come evento estremo, con un tempo di ritorno di 600 anni» ci dice Rossano Bolpagni, ricercatore esperto di sistemi idrici presso l’Università di Parma. «Il fatto che l'evento estremo si ripresenti dopo quattro anni è una chiamata importante di sistema, che dovrebbe imporre imporre a tutti di rivedere sostanzialmente il nostro rapporto
con la risorsa idrica».

Secondo Bolpagni, la situazione di estrema siccità inevitabilmente interagisce anche con la capacità del terreno e dei sistemi idrici di gestire i carichi di azoto, che vanno più in profondità avvicinandosi alle falde, o possono accumularsi per poi essere rilasciati in dosi più concentrate quando alla siccità subentrano le forti piogge. «Siamo tutti scottati da questa lunghissima ondata di calore» afferma Bolpagni. «Qualche anno fa i modelli meteorologici ci davano la probabilità di avere ondate di calore di questo tipo, con una durata più o meno di nove giorni, al 2050. Quindi noi 25 anni prima rispetto ai modelli abbiamo una situazione che è già molto più critica».

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08 luglio 2026 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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