Più di dodici milioni di bottiglie all’anno
Le condizioni di drenaggio e aerazione del suolo, ricco di detriti calcarei e di un’elevata componente silicea, danno un contributo decisivo nei settantaquattro comuni viticoli della provincia di Trento
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Più di dodici milioni di bottiglie all’anno
di Luca BergaminLe condizioni di drenaggio e aerazione del suolo, ricco di detriti calcarei e di un’elevata componente silicea, danno un contributo decisivo nei settantaquattro comuni viticoli della provincia di Trento
Guardando dall’alto il territorio trentino, montano per oltre il 70% della sua superficie, si resta stupefatti dalla bellezza e linearità di quei mosaici tappezzati di viti. Oltre all’estetica che tanto sarebbe piaciuta al fotografo Mario Giacomelli, sono i numeri del Trentodoc ottenuto da uve coltivate fino a un’altitudine di 800 metri, frutto di una lunga tradizione spumantistica caratterizzata anche dalla rifermentazione in bottiglia e dal contatto prolungato con i lieviti, a strabiliare il palato. All’ombra delle Dolomiti, Patrimonio dell’Umanità Unesco, infatti, ben 73 case associate danno vita al primo metodo classico a ottenere la Doc in Italia nel 1993, coltivando una superficie complessiva di 1.605 ettari ed esaltando le qualità dei quattro vitigni Chardonnay, Pinot nero, Pinot bianco, Meunier per un totale di 12,2 milioni di bottiglie vendute nel 2025. Il periodo minimo di maturazione sui lieviti per un Senza Annata è pari a 15 mesi. Invece, servono 24 mesi per un Millesimato, 36 per una Riserva ma è evidente che tutte le case spumantistiche allunghino di molto questo tempo. L’avventura di Trentodoc è cominciata tra il 1899 e il 1902, quando i due imprenditori trentini Arminio Valentini e Giulio Ferrari, rispettivamente di Calliano e Calceranica al Lago, diedero un impulso decisivo alla nascita dello spumante classico trentino. La loro sapienza venne tramandata oralmente, anche se la prima manchette pubblicitaria venne pubblicata già nel 1899 in una strenna dell’Alto Adige nella quale si reclamizzava un vino con le bollicine made in Vallagarina, ovvero lo champagne Valentini.
Determinante fu la figura di Giulio Ferrari: nato nel 1879, frequentò l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige e poi partì per imparare il mestiere e l’arte tra Montpellier, Geisenheim in Germania e la zona di Epernay nel dipartimento della Marna francese. Tornato a casa, Ferrari iniziò a produrre dal 1902 le prime 200 bottiglie di metodo classico trentino. Nel 1906, alla prima Esposizione Universale di Milano, ricevette una medaglia d’oro. Si arrivò così al 1952 quando la produzione superò le 10mila bottiglie: la strada del successo era spianata. Seguendone l’esempio, molti produttori trentini si impegnarono a produrre col metodo classico, ottenendo così, nel 1993, la prima denominazione di origine controllata in Italia, riservata a quel tipo di spumante. Mentre nel 2007 nascerà il marchio collettivo Trentodoc avvantaggiato da una escursione termica assai variabile tra il giorno e la notte che permette alle uve di raggiungere la tipica complessità aromatica delle bollicine di montagna. Allo stesso modo è un alleato prezioso il vento caldo, chiamato Ora del Garda che da sud, tutti i giorni, soffia verso nord, rinfrescando l’aria e mantenendo la salubrità delle uve. Anche le condizioni di drenaggio e aerazione del suolo, ricco di detriti calcarei e di un’elevata componente silicea, danno un contributo decisivo nei 74 comuni viticoli della provincia di Trento, ubicati in Valle dell’Adige, Val di Cembra, Vallagarina, nella Valle del Sarca, in Valsugana e nelle Valli Giudicarie. Il fatto poi che il 70% del territorio trentino si trovi al di sopra dei 1.000 metri di quota, secondo la Fondazione Edmund Mach, è altresì decisivo affinché Trentodoc produca l’effetto kokumi, ovvero contenga sostanze in grado di conferire maggiore gradevolezza al palato aumentando il gusto percepito, la pienezza e la complessità.
23 settembre 2026 ( modifica il 23 settembre 2026 | 09:22)
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