«Nella vigna serve un manager»
Corriere della Sera

«Nella vigna serve un manager»

Mercoledì 23 settembre 2026
1 visualizzazione

Per Rodolfo Maralli la «crisi strutturale e sistemica dei consumi richiede una figura manageriale a tutto tondo». E si dice convinto che saranno i brand a fare la differenza

Enrica Baricco: «Alessandro? Quando mi disse che sarebbe andato via di casa ero disperata. Dal male di mia figlia è nata CasaOz, il matrimonio non ha retto»

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

«Nella vigna serve un manager»

di Antonino Padovese

Per Rodolfo Maralli la «crisi strutturale e sistemica dei consumi richiede una figura manageriale a tutto tondo». E si dice convinto che saranno i brand a fare la differenza

«I consumi mondiali diminuiscono da 15 o 20 anni. Non bastano più tradizione e territorio: servono visione, investimenti e capacità di interpretare il mercato». Rodolfo Maralli è il presidente di Banfi Srl e della Fondazione Banfi. Da 32 anni nell’azienda di Montalcino, il suo maestro è stato Ezio Rivella, l’enologo e manager che guidò a lungo Banfi. Maralli interverrà a «Manager in vigna: visioni oltre la crisi», domenica 27 a Palazzo Geremia, Trento. 

Presidente, che cosa significa oggi essere un «manager in vigna»? 
«Ezio Rivella ne è stato un antesignano: era un enologo ma portò in cantina anche il mercato e una visione imprenditoriale. Banfi è nata per essere grande e innovare, fu tra le prime aziende del settore a dotarsi di strutture dedicate al marketing e all’ospitalità. Oggi, soprattutto in una crisi sistemica, bisogna essere manager a tutto tondo». 
Non siamo davanti solo a una difficoltà di tipo congiunturale? 
«No, questa è una crisi strutturale e sistemica. I dazi hanno aggravato la situazione ma alla base c’è una lenta disaffezione: il Covid ha modificato il rapporto dei giovani adulti con il vino. È cambiato anche il racconto pubblico: un tempo il vino trovava spazio nei grandi programmi televisivi come prodotto culturale e sociale; oggi in tv sembra un argomento proibito». 
Lei ha detto: «Il marchio ce l’hanno tutti, il brand pochi». Qual è la differenza tra marchio e brand? 
«Il marchio identifica chi sei; il brand è il valore aggiunto che crea una differenza. Nel vino esistono infiniti marchi, ma pochi veri brand. E saranno questi a fare la differenza, perché un brand non serve a vendere: serve a farsi comprare. Quando un territorio è molto forte può averne meno bisogno: a Montalcino, per molto tempo, qualsiasi Brunello si vendeva quasi per definizione». 
Quali debolezze manageriali stanno emergendo in questa crisi? 
«Non abbiamo saputo interpretare per tempo il mercato. Il vino non si muove di anno in anno ma di decennio in decennio: se oggi i rossi sono in difficoltà e la domanda va verso i bianchi, non posso spiantare un vigneto e avere subito un nuovo vino. Dall’idea al prodotto sul mercato possono trascorrere dieci anni. Oggi l’offerta supera la domanda e pesano le giacenze. La crisi selezionerà chi possiede un progetto imprenditoriale chiaro». Quanto deve incidere il mercato sulle scelte in vigna e in cantina? 
«Se sono a Montalcino non mi metto a produrre bollicine. Continuerò sui rossi, magari più freschi e meno opulenti, nel rispetto del disciplinare. Bisogna conservare l’autenticità del territorio e avere il coraggio di innovare: il Rosso di Montalcino fu un’invenzione capace di innovare senza tradire la vocazione del territorio».

23 settembre 2026 ( modifica il 23 settembre 2026 | 09:20)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Mario Biondi: un sorso di soul

Al Trentodoc Festival un viaggio tra i sensi, dove il gusto incontra la musica

Iscriviti alla newsletter Ore 18

Ogni sera, alle 18
le notizie più importanti della giornata

Iscriviti

Condividi questo articolo