Davide Van De Sfroos: «Orgoglio sì, ma occhio a non essere sbandieratori»
Corriere della Sera

Davide Van De Sfroos: «Orgoglio sì, ma occhio a non essere sbandieratori»

Mercoledì 23 settembre 2026
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Il cantautore comasco ha le idee chiare: dialetto e radici vanno tenuti a contatto con la realtà, altrimenti rischiano la mummificazione

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Davide Van De Sfroos: «Orgoglio sì, ma occhio a non essere sbandieratori»

di Cristiana Gattoni

Il cantautore comasco ha le idee chiare: dialetto e radici vanno tenuti a contatto con la realtà, altrimenti rischiano la mummificazione

Davide Van De Sfroos, al secolo Davide Bernasconi

Se c’è un artista che, sulle radici, ha costruito il fil rouge del proprio percorso, quello è Davide Van De Sfroos, cantautore, scrittore e narratore di un mondo che ha il suo centro nel lago di Como e nel dialetto della Tremezzina, diventato una delle cifre più riconoscibili della sua musica. Ma la lingua dei padri e dei nonni, nella sua visione, non può essere semplicemente conservata, deve restare viva: «Il dialetto non va messo in naftalina: deve poter respirare le musiche e i suoni del suo tempo», dice. È da qui che nasce il suo folk, legato a quell’angolo di Lombardia, ma aperto al rock, al blues, al reggae, al punk e alle musiche d’oltreoceano. Questa poetica, che attraversa dischi, libri, progetti dedicati al territorio e la dimensione teatrale dei suoi spettacoli, si riflette nella sua idea di radici: «Stanno conficcate nella terra e cercano acqua, sali minerali, nutrimento. Se le releghiamo al tempo che fu, è come appoggiare un albero su un pezzo di cemento: diventa mummificato, non ha più vita reale». Van De Sfroos si definisce così «un uomo della terra», intesa nel senso di «madre», pensando soprattutto a chi l’ha lavorata davvero, affondandoci «le mani, i piedi, la faccia»: uomini che potevano guardare il cielo come qualcosa di misterioso, ma «della terra sapevano tutto: l’erba, gli alberi, il fango, le pietre, l’acqua». Al contempo la terra in cui si trovano le nostre radici non deve diventare un territorio da trasformare in recinto: «Se l’orgoglio diventa esasperato, allora diventiamo ultrà di qualcosa, e cominciamo a tenere lontano persino il vicino».

23 settembre 2026

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