Pomodoro, cala l'export italiano: prima volta in dieci anni
Il Mattino

Pomodoro, cala l'export italiano: prima volta in dieci anni

Mercoledì 15 aprile 2026
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I dazi Usa, l?incertezza della situazione geopolitica, la concorrenza di Paesi che non garantiscono lo stesso standard di qualità. C?è stato tutto questo nel calo...

I dazi Usa, l’incertezza della situazione geopolitica, la concorrenza di Paesi che non garantiscono lo stesso standard di qualità. C’è stato tutto questo nel calo dell’export, per la prima volta dopo 10 anni, delle conserve di pomodoro made in Italy. Ma dall’inizio del nuovo anno le preoccupazioni del settore, profondamente radicato nel Centro-Sud (2,7 milioni le tonnellate prodotte nel 2025 ma in diminuzione sull’anno precedente per via della carenza idrica, soprattutto) sono ancor più aumentate per il temuto effetto dei rincari dei costi energetici provocati dalla guerra nel Medio Oriente.

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E così pur essendosi confermato il nostro Paese al vertice delle esportazioni mondiali delle conserve, il rischio di ulteriori contraccolpi è diventato ormai da settimane l’argomento del giorno anche in questo comparto. Lo si evince da una nota dell’Anicav, l’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali nata a Napoli, che associa i tre quarti delle industrie di trasformazione operanti sul territorio nazionale che trasformano circa il 70 per cento di tutto il pomodoro lavorato in Italia e la quasi totalità del pomodoro pelato intero prodotto nel mondo, con un fatturato, nel 2025, di 3,7 miliardi di euro.

LE PROSPETTIVE

Cosa può succedere? «L’Italia si conferma il primo Paese esportatore di conserve di pomodoro al mondo. Tuttavia, i dati restituiscono un quadro decisamente meno positivo rispetto agli ultimi anni» spiegano dall’Associazione. «Nel 2025 le esportazioni di tutti i derivati del pomodoro hanno registrato un calo in volume ma soprattutto in valore, con una diminuzione rispettivamente del 2% e di circa l’8% rispetto al 2024. Parliamo di oltre 2,2 milioni di tonnellate di conserve per un valore totale di 2,8 miliardi di euro, di cui la maggior parte, oltre il 64%, è rappresentata da pelati, polpa e pomodorini, prodotti ad alto valore aggiunto che sono stati certamente i più colpiti dai dazi americani (-7,1% in valore)».

In effetti, l’Europa resta il principale mercato di riferimento (oltre il 60% delle esportazioni si concentra qui), con Germania, Regno Unito e Francia sul podio. Gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato per l’export extraeuropeo, con una quota del 7,5% mentre il Giappone è il sesto mercato di destinazione a livello mondiale delle conserve rosse e il secondo dopo gli Usa se consideriamo solo i Paesi extraeuropei.  Ora, commenta il presidente Anicav Marco Serafini, «dopo oltre 10 anni per la prima volta registriamo una decrescita delle esportazioni sia in valore che in volume. Le motivazioni sono da ricercare nella situazione geopolitica internazionale condizionata dai tanti conflitti e nelle politiche protezionistiche di alcuni Paesi, in particolare degli Stati Uniti. Inoltre, cresce la concorrenza sleale di realtà che non possono garantire i nostri standard di qualità, sicurezza e sostenibilità e che continuano a immettere sul mercato prodotti a basso costo, per cui continuiamo a chiedere all’Ue l’introduzione di vincoli di reciprocità». 

LA CONCORRENZA

E non è tutto, come detto. «L’Italia resta il primo esportatore al mondo di derivati del pomodoro, ma dobbiamo riflettere su cosa sta accadendo – interviene Giovanni De Angelis, direttore generale di Anicav -. Il nostro pomodoro, da sempre emblema del Made in Italy e della nostra tradizione culinaria apprezzata in tutto il mondo, è fortemente minacciato dalla concorrenza internazionale che punta esclusivamente sulla leva del prezzo. La forbice tra il prezzo dei nostri prodotti e quelli dei nostri competitors tende sempre più ad allargarsi mettendo a rischio importanti quote di mercato conquistate negli anni dai nostri imprenditori. Non possiamo assolutamente permetterci di perdere ulteriore terreno in termini di competitività. Per questo, servono coesione e dialogo tra tutti gli attori della filiera, soprattutto in prossimità di una campagna che si annuncia estremamente complessa, in particolare per l’enorme incognita dei costi energetici che potrebbero far schizzare ancora una volta i costi di produzione». Un allarme, quest’ultimo, che ha già iniziato a suonare tra gli operatori del settore e che, unitamente alla possibile nuova spirale inflazionistica, può mettere un altro freno alle dinamiche dell’export.

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