Fabio Ascione, nel video l'incrocio dei due destini: al bar all'alba vittima e carnefice
«Reale fino alla morte». Un tatuaggio impresso sui polsi e un riferimento sfacciato al gangsterismo sudamericano. Francescopio Autiero e l?amico minorenne avevano da tempo...
«Reale fino alla morte». Un tatuaggio impresso sui polsi e un riferimento sfacciato al gangsterismo sudamericano. Francescopio Autiero e l’amico minorenne avevano da tempo sposato la strada del “ghetto”. Le loro vite ai margini della città, almeno fino a quella maledetta alba di sangue di martedì santo, correvano veloci tra i tavolini del “Lively coffee”, scorribande in scooter e i porticati del Parco di Topolino. Restiamo all’esterno del bar. Non sono ancora le cinque di martedì sette aprile, quando due destini si incrociano per l’ultima volta prima della tragedia. Un video riprende la sagoma di Fabio Ascionee di Francescopio Autiero.
Pochi istanti. Dopo qualche minuto la sequenza di sangue, con il colpo esploso per vanteria da parte del 23enne. Un baratro di violenza, rivendicato senza tanti giri di parole sui loro canali social. Sullo sfondo, una parentela “ingombrante”, legata a doppio filo con i piani alti della camorra di Ponticelli, che ha permesso al maggiorenne di diventare un fantasma per quasi una settimana. Francescopio Autiero sapeva che la sua fuga, nonostante la copertura del muro di omertà alzato dal rione, avrebbe avuto i giorni contati. L’aveva capito subito. Eppure quando, dopo aver esploso per errore il colpo di pistola, ha visto un innocente accasciarsi in una pozza di sangue davanti ai propri occhi non ha esitato un solo istante. In quel momento esatto, nonostante l’orrore che aveva appena firmato con le proprie mani, il ventitreenne originario di San Giorgio a Cremano si è dileguato a bordo di una Jeep beige e da lì in avanti è sparito anche dai radar di amici e familiari, oltre che da quelli delle forze dell’ordine.
LA FUGA
La madre, il giorno dopo il delitto, aveva dichiarato «che il figlio era assente da casa da qualche giorno». Il suo telefonino risultava «spento a partire dalle 7,30 del 7 aprile». A proteggere la sua fuga potrebbe però non essere stato soltanto il silenzio del quartiere. Un ruolo, forse non trascurabile, l’avrebbe avuta la parentela con un affiliato al clan De Micco. Non è un caso che uno dei testimoni, ignaro di essere intercettato, discutendo con i genitori sbottava: «E chi gliela apre la testa? Quello è il nipote». Lapidaria la replica del genitore: «È un ragazzo, i De Micco sono cinque fratelli, il resto sono solo soldati... gli fanno fare quello che dicono loro. Noi già siamo pieni di guai».
I SOCIAL
Ed è proprio spulciando i profili social dei due fermati, in particolare del minorenne K.V., che emerge la pericolosa fascinazione che alcuni giovanissimi di quel degradato quartiere subiscono. Una foto ritrae tre polsi: quello del ragazzino alla guida dello scooter e quelli di altri due amici, entrambi poi presenti al momento della morte di Ascione, uno dei quali anch’egli nipote di un affiliato al gruppo “Bodo”. Ha lo stesso tatuaggio e un acronimo che rimanda allo slang delle gang sudamericane: “Rhlm”. Reale fino alla morte. E quella notte la morte l’hanno vista per davvero. Altri scatti riprendono un “compagno fidato” portato via dalla volante, scorribande in moto tra le strade di Ponticelli e abbracci all’amico da poco scarcerato. Tra un reel e un post, un messaggio poco rassicurante: «Mi fa più paura il male che potrei fare, invece di quello che potrei ricevere». Il frame di una generazione sospesa, cresciuta in fretta dove il confine tra gioco e tragedia è sottile come un rivolo di sangue.