Trump contro Meloni: «Non è coraggiosa e non ci sta aiutando». Lo strappo dopo gli insulti al Papa
NEW YORK C'è qualcosa di profondamente manicheo nel modo in cui Donald Trump amministra il club dei suoi amici globali. O sei con lui, o sei «inaccettabile». E oggi, nel...
NEW YORK C'è qualcosa di profondamente manicheo nel modo in cui Donald Trump amministra il club dei suoi amici globali. O sei con lui, o sei «inaccettabile». E oggi, nel girone dei «dannati di Mar-a-Lago», è finita Giorgia Meloni. La premier italiana, fino a ieri celebrata come la Trump whisperer d'Europa, descritta dal presidente come una «donna fantastica», l'unica leader europea a presenziare alla cerimonia del suo insediamento, interlocutrice miracolosamente capace di tradurre il sovranismo in un linguaggio per lui comprensibile, è stata ufficialmente declassata a «delusione dell'anno» in una intervista al Corriere della Sera.
La premier non si scompone: reazione attesaFoto
Il peccato originale? Non aver baciato l'anello sulla questione iraniana e, peggio ancora, aver osato difendere Papa Leone XIV dagli strali scatenati dal presidente sul suo social. Per Trump, che ormai non distingue più un dossier della Cia da un post su Truth, la geopolitica è una questione di sentimenti semplici: «Sono scioccato da lei. Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo», sospira al telefono, come un fidanzato tradito che cancella le foto di coppia da Instagram. Per il presidente, il dissenso non è mai un legittimo esercizio di sovranità altrui, ma sempre una mancanza di carattere o un atto di ostilità. Nell'intervista ha lamentato che Meloni non voglia che l'Italia sia coinvolta nella guerra all'Iran, anche se l'Italia «ottiene il suo petrolio da là, anche se l'America è molto importante per l'Italia». Per Trump, Meloni «pensa che l'America dovrebbe fare il lavoro per lei». Il paradosso rasenta il ridicolo quando accusa la premier di non preoccuparsi se l'Iran «ha un'arma nucleare» con cui Teheran «farebbe saltare in aria l'Italia in due minuti». Un'iperbole cataclismica per far dire alla nostra premier affermazioni che lei non ha mai espresso. Nel battibecco si sono inseriti direttamente gli iraniani stessi, che attraverso la loro ambasciata in Tailandia hanno chiesto polemicamente: «Perché dovremmo fare del male all'Italia? Adoriamo gli italiani, il calcio e il cibo, e amiamo città come Roma, Rimini, Pisa, Milano, Venezia, Firenze, Napoli, Genova e Torino, così come la Sardegna, la Sicilia e tutto ciò che c'è in mezzo», si legge in un della missione diplomatica.
Va capito che Trump non vede nelle scelte della leader italiana una strategia, ma solo mancanza di gratitudine: se lo Stretto di Hormuz è aperto, sostiene, è solo perché lui, Donald Trump lo tiene aperto per noi. E pazienza se i costi dell'energia in Europa sono ai massimi: nei suoi sogni geopolitici, gli alleati dovrebbero inviare dragamine con lo stesso entusiasmo con cui si ordina una pizza a domicilio.
Questa deriva verso l'isolamento «iper-personalizzato» non è una nuova scoperta: è arcinoto che Trump vede il mondo come un sistema di protezione a pagamento, è diffidente di alleanze storiche e non tollera che un alleato rivendichi autonomia, neanche un'autonomia morale che coinvolga il Papa. Non accetta sfumature: se Meloni esprime solidarietà al Pontefice e sospende la cooperazione militare con Israele dopo il pericoloso coinvolgimento dei nostri caschi blu, per lui non è politica, è un tradimento personale. Peraltro la lista degli ex amici scaricati con simili ragionamenti si allunga ogni giorno. Basti guardare a Londra, al Primo Ministro Keir Starmer e al Canada e al Mark Carney, Paesi e leader tradizionalmente alleati fraterni di Washington che sono finiti nel mirino di Trump per divergenze economiche. Carney, in particolare, è stato più volte bersaglio di attacchi verbali per le sue posizioni sul rischio climatico, trattato come un fastidioso burocrate da «licenziare» mediaticamente. Uno sviluppo che può risultare interessante per Meloni è il fatto che proprio ieri Carney sia riuscito a mettere insieme un governo di maggioranza, in buona parte proprio grazie alla rottura con il presidente americano e al consolidarsi intorno a lui di un "partito" antitrumpiano che va dai liberal fino ai conservatori moderati.
Le reazioni
E se Trump si isola sempre di più, la stampa internazionale inizia a notare che Meloni, paradossalmente, non lo è affatto. Mentre lui cancella e riposta meme in cui si paragona a Gesù, le reazioni internazionali verso la nostra premier, dagli Usa all'India, sono di approvazione. La solidarietà di Meloni al Papa, che Trump aveva definito «debole sul crimine» e «terribile in politica estera», oltre a sostenere che un papa «non dovrebbe criticare il presidente degli Usa» e non dovrebbe condannare le guerre che questi giudica giuste, ha trovato sponde inaspettate oltreoceano, dove l'84% dei cattolici, siano essi democratici o repubblicani, sono contenti di questo Pontefice e delle sue parole. Non c'è da stupirsi allora se settori del mondo cattolico e conservatore iniziano a guardare con ammirazione a quella leader che, pur essendo l'alleata più naturale della destra repubblicana, ha preferito ascoltare e dar voce all'indignazione del proprio Paese che seguire la strategia del silenzio opportunista. Nelle chat intanto numerosi sostenitori di Trump cercano di farlo ragionare: «Avevi una buona alleata in Europa, e la tratti così?» polemizza "Nelson", mentre "Sizzle" rincara: «Di questo passo non ti resterà nessuno accanto».