Dopo il Pnrr Mezzogiorno alla prova dell?efficienza: «Avanti sulle competenze»
Il Mattino

Dopo il Pnrr Mezzogiorno alla prova dell?efficienza: «Avanti sulle competenze»

Sabato 18 aprile 2026
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Il Pnrr ha fatto bene al Sud, restituendo slancio alla sua economia (la riserva del 40% delle risorse è stata anche superata) e dimostrando che non c?era e non ci sarà mai...

Il Pnrr ha fatto bene al Sud, restituendo slancio alla sua economia (la riserva del 40% delle risorse è stata anche superata) e dimostrando che non c’era e non ci sarà mai alcun limite antropologico alla sua capacità di crescita (i Comuni e le Regioni meridionali hanno pressoché gli stessi livelli di spesa del Nord). Ma il difficile viene adesso che il Piano è agli sgoccioli (la rendicontazione deve avvenire entro il 31 dicembre) e si infittiscono dubbi e incognite su cosa accadrà dopo. Bene ha fatto perciò la Fondazione Merita a mettere il tema al centro dell’appuntamento 2026 di Agenda Sud, presso le Gallerie d’Italia a Napoli del Gruppo Intesa Sanpaolo, con un programma a dir poco intenso (più di 30 interventi nella giornata di ieri, con position paper approfonditi anche sul piano della proposta). E con una importante novità per così dire territoriale, il confronto in chiave Sud tra Campania e Puglia, a partire dai governatori Roberto Fico e Antonio Decaro, che potrebbe preludere a un’analisi unitaria delle possibili convergenze operative sin dal prossimo anno, come preannunciato da Massimo Deandreis, Direttore di SRM.

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LE PROSPETTIVE

Più pessimismo o più realismo, dunque, nelle varie sessioni dell’evento? Alla seconda categoria si iscrive di diritto il sindaco di Napoli e presidente dell’Anci Gaetano Manfredi: se è cambiato il paradigma della narrazione del Mezzogiorno, grazie anche alla Zes unica, è perché, osserva, «si è imposto un metodo, un cambiamento strutturale che è il vero lascito del Pnrr perché vale più della Napoli-Bari ad Alta Velocità o del Tyrrhenian Link che Terna realizzerà tra Tunisia e Italia». Un metodo che vuol dire programmazione per obiettivi, semplificazione dei tempi di realizzazione delle opere, governance condivisa e perfino «il recupero della cultura del risultato», come sottolinea l’economista ed ex ministro per il Sud Claudio De Vincenti, lucido punto di riferimento della Fondazione. Luigi Sbarra, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, va anche oltre.

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Nel senso che, sottolinea, le risorse non mancheranno anche dopo il Pnrr grazie alla Politica di Coesione: «Nel ciclo 2021–2027, oltre 96 dei 135 miliardi complessivi destinati all’Italia sono riservati al Mezzogiorno», dice, indicando nella crescita dell’occupazione – al massimo storico nell’area – e nel forte impatto della Zes, reso strutturale per il prossimo triennio, l’effetto dell’azione del Governo per «il rilancio della centralità degli investimenti al Sud». Ma metodo e risorse fanno anche rima con semplificazione e flessibilità, ricorda in collegamento da Bruxelles, il vicepresidente della Commissione UE Raffaele Fitto: «Fummo lungimiranti quando proponemmo il passaggio alla Zes unica – ricorda – e la crescita del Sud è ormai un dato di fatto. Oggi dobbiamo fare sintesi tra la nuova governance disegnata dal Pnrr e il rispetto dei princìpi basilari della Coesione, a partire dalla solidarietà: ecco perché la flessibilità vuol dire poter cambiare in corso d’opera e la semplificazione ridurre a pochi Fondi i circa 500 programmi di spesa oggi esistenti in Europa».

GLI ENTI LOCALI

Il ruolo delle Regioni però non va depotenziato. «A noi toccano la programmazione, la legislazione e il controllo e sono tutti doveri da rispettare», dice Decaro riferendosi alle incognite sul futuro Bilancio Ue e sulle ipotesi di governance della spesa comunitaria modello Pnrr. Fico è anche più esplicito e pragmatico: «Dobbiamo dotarci di un Piano strutturato per la Campania nel quale ad esempio l’energia da rinnovabili prodotta qui, come in tutto il Sud, sia trattenuta sul territorio. La politica della transizione ecologica era giusta ieri ed è ancora più giusta oggi: i Paesi che l’hanno seguita in tempo sono davanti all’Italia». Pnrr, certo, vuol dire anche criticità di cui tener conto. Manfredi parla ad esempio delle incognite ancora irrisolte sui costi di gestione delle opere una volta concluse e ricorda che le risorse in molti casi sono state sostitutive della spesa ordinaria («Ecco perché alla fine del Pnrr la crescita del Pil è più bassa del previsto», ricorda). Il nuovo lavoro, poi, non sembra in grado di accrescere il livello di produttività del Sud, documenta Giuseppe Coco dell’Università di Bari, mentre per il patron di Atitech Gianni Lettieri, «è da folli pensare che il Pnrr abbia risolto i problemi del Sud definitivamente». La buona notizia, dice Paolo Scudieri, è che «oggi proprio al Sud ci sono le condizioni per confrontarsi su un piano di politica industriale che metta insieme le imprese, la politica e le istituzioni».

E non era scontato. Intanto, la maggiore banca del Mezzogiorno è «pronta a fare la sua parte in Italia e in particolare nel Mezzogiorno anche in futuro», dice il presidente di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros Pietro (e i numeri snocciolati dal Direttore regionale Giuseppe Nargi lo confermano ampiamente). E poi ci sono tante idee sul tavolo per provare a non avere paura del futuro: Salvio Capasso, economista di SRM, dimostra perché «Competenze, Connessioni e Competitività» possono diventare le tre dimensioni di sviluppo delle filiere manifatturiere del Mezzogiorno. Ripartire da qui non sembra affatto male.

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