Violenza giovanile, intervista a De Iesu: «Aiutare le famiglie»
«I problemi complessi vanno affrontati per quelli che sono. Dare ricette facili non serve a nulla. Parliamo di un tema articolato per cui serve l?impegno di tutti. Ma un impegno serio,...
«I problemi complessi vanno affrontati per quelli che sono. Dare ricette facili non serve a nulla. Parliamo di un tema articolato per cui serve l’impegno di tutti. Ma un impegno serio, pragmatico. Sporcandosi le mani, come ha giustamente detto il Cardinale Domenico Battaglia. E per farlo nelle realtà difficili bisogna entrarci, non solo parlarne da fuori». Esordisce così, Antonio De Iesu, assessore alla Legalità del Comune di Napoli e già questore di Napoli.
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Assessore, ieri a piazza Mercato l’ennesimo episodio che ha visto protagonisti giovanissimi.
«Sono troppi i giovani che commettono reati molto molto gravi. Lo sforzo da fare è capire perché si possa arrivare a un grado di malvagità tale in un’età così precoce. Il primo nodo, secondo me, è l’approccio. Si cercano sempre responsabili e soluzioni facili. Invece il tema educativo va scorporato in tutti i suoi aspetti: scuola, ruolo del terzo settore e soprattutto la famiglia, la prima agenzia educativa. La mia esperienza di 40 anni sul campo mi dice che nessuno nasce delinquente. La tenerezza degli occhi di un bambino di un anno è la stessa in quartiere borghese e in un quartiere più difficile. Ciò che fa la differenza è il contesto in cui si cresce. È chiaro che la diseguaglianza è la radice di tutto, come ha detto anche il Papa. Ma bisogna trovare anche soluzioni più immediate, pur lavorando per ridurre sempre di più il gap».
Andiamo con ordine. La priorità, quindi, è l’intervento sulle famiglie.
«Assolutamente sì. La famiglia fino ai 14-15 anni è la principale fonte di educazione. Bisogna mettere in campo progetti che ci aiutino a capire, già quando hanno 2-3 anni, i bambini in che famiglie stanno crescendo.E se i genitori non riescono a educare quel bambino verso la strada della legalità, bisogna sostenerle e supportarle. Chi può farlo? Persone adeguatamente formate a questo ruolo».
E qui entrano in campo le associazioni. Il terzo settore fa tantissimo ma spesso i volontari vivono situazioni di precariato.
«Hanno fatto benissimo a scendere in piazza, è stata una giornata importante. Ho letto sul Mattino l’intervista al referente di Libera Campania Mariano Di Palma e condivido con lui la necessità di stare davvero vicino alle associazioni. Gli operatori educativi sono le persone che conoscono metodi e linguaggi per entrare in contatto con i contesti più disagiati. E bisogna dargli delle risorse, un reddito dignitoso e stabilità. Il terzo settore svolge un ruolo che le istituzioni, troppo spesso, non riescono a svolgere. E allora è necessario superare il concetto di volontariato e andare verso una professionalizzazione di queste figure. L’aiuto del volontariato, e cioè di persone di buona volontà che dedicano il tempo libero agli altri, è fondamentale. Ma non possiamo immaginare di affidare compiti così cruciali, come quelli che oggi si ritrovano ad affrontare le associazioni, basandoci solo sul volontariato. E lo stesso vale per le scuole. Spesso si dice scuole aperte fino a sera. Ma bisogna dare gli strumenti alle scuole per poterlo fare, serve personale formato che resti negli istituti. Non può essere lasciato tutto all’impegno che mettono, per senso etico e spirito di servizio, dirigenti scolastici e docenti».
Di Palma: «Pochi al corteo? È un primo passo abbiamo unito diversi pezzi di città»
Al lavoro sull’educazione, però, bisogna accompagnare anche quello di controllo del territorio e delle sanzioni.
«Assolutamente sì, deve andare tutto di pari passo. Pur in condizione di inadeguatezza di organici, grazie al coordinamento tra le forze dell’ordine e a lavoro sempre attento del prefetto Michele di Bari, riusciamo in parte a colmare. Pensi alla vicenda di piazza Municipio della scorsa settimana: il ragazzo 15enne colpito si è salvato grazie all’intervento della polizia municipale. Ma non possiamo essere in ogni angolo. E con la violenza giovanile è ancora più complesso che con la criminalità organizzata su cui si può lavorare con indagini preventive: è difficile immaginare dove possano verificarsi episodi di violenza».
Un’ultima cosa: in città ci sono troppe armi. Si può fare qualcosa?
«Pensare di eliminare le armi dalla città non è una strategia seria di intervento. La vendita dei coltelli è vietata ai minori, ma non è difficile trovare un amico più grande e chiedergli di comprarlo. E per quanto riguarda le armi da fuoco, a prescindere dalla difficoltà di contrastarne il mercato nero, se tenute bene possono durare anche cinquant’anni e possono essere facilmente occultate. L’impegno per sequestrarne il più possibile è importante, ma eliminare tutte le armi dalla città è una chimera».