Sanremo 2026, i voti dopo il primo ascolto delle canzoni: se il Festival diventa il «Male necessario»
C?erano una volta i Sanremo di una volta, dove tu andavi e ti lamentavi che il Festival non rappresentasse davvero la musica italiana. Già, perché quando vinceva Mino...
C’erano una volta i Sanremo di una volta, dove tu andavi e ti lamentavi che il Festival non rappresentasse davvero la musica italiana. Già, perché quando vinceva Mino Vergnaghi (era il 1979) De Gregori cantava «Viva l’Italia». E quando vincevano i Jalisse i Csi arrivavano primi in classifica con l’album «Tabula rasa elettrificata». Poi, nell’era postbaudiana, la terra dei cachi si è risintonizzata con la musica che ci girava intorno e - passando per Conti, Baglioni, Amadeus, Conti - l’Ariston ha ricominciato a rappresentare davvero la musica italiana. Che, nel frattempo, si era rinnovata (si fa per dire), omologata, normalizzata. Difficile trovare oggi, anche fuori dal sanreme «Male necessario» - prendiamo in prestito il titolo del brano di Fedez & Masini - un De Gregori o dei Csi, una musica che - per scelta o per costrizione - sia lasciata fuori dalla kermesse rivierasca.
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Così anche ieri, nella defatigante giornata del primo ascolto, pur colpiti da un livello non eccelso delle canzoni in gara (trenta non sono troppe: sono troppissime), è apparso difficile prendersela con il Conti V, governo canzonettaro di assoluta continuità e rappresentanza nazionalpopolare, mainstream si dice oggi, coniugato nelle vulgate urban, neomelodic, neolatin, neofunky, neorevivalist, neoballad, fintorock, rap, semirap, poprap... Più ironia (anche nello pseudoimpegno, tanto si può sempre dire: ma scherzavo, non prendetemi sul serio...) che poesia, più autobiografia che originalità, i soliti temi amorosi appena conditi di accenni ai drammi che ci circondano.
Patty Pravo è l’aliena in quota «oldies but goldies», alle prese con una raffinata neoromanza firmata da Giovanni Caccamo, «Opera». Sul fronte ballad piace più la Serena Brancale di «Qui con me», memore del suo passato jazzistico, di Mara Sattei («Le cose che non sai di me», con una mano dal fratellino Thasup), Levante è essenziale in «Sei tu», Arisa si racconta (a 30 anni tutti le dicevano «che bella la tua voce/ a 40 voglio solamente ritrovare un po' di pace») ma non basta l’ugola a salvarla da una poco «Magica favola» disneyana. Ballate pop senza voli pindarici per Francesco Renga («Il meglio di me» dovrebbe parlare della sua voce), Tommaso Paradiso («I romantici» è dedicata alla figlia), Leo Gassmann («Naturale» sembra scritta per Blanco, ma lui non è Blanco), Enrico Nigiotti («Ogni volta che non so volare»), Raf («Ora e sempre», scritta con il figlio Samuele), mentre sorprende Michele Bravi che in «Prima o poi» dipinge il quadro di una disperazione sentimentale con poche pennellate e soluzioni melodiche non scontate, come la sua vocalità: un disco di Battisti, un letto vuoto, una bottiglia egualmente vuota, un cane che non basta a riempire il buco d’affetto...
Numerosi anche gli up tempo, anche se ascrivibili a varie categorie: balleremmo con gli «Animali notturni» di Malika Ayane, che controlla più del solito la voce per godersi un ritmo funky-Chic; con Ditonellapiaga che in «Che fastidio» snocciola la sua «Nuntereggaepiù» su base edm puntando al primato su TikTok: la moda di Milano, lo snob romano, il sogno americano, il politico italiano, il corso di pilates, i selfie, i call center, i giornalisti perbenisti, i tronisti presentati come artisti, lo spam... chi li regge più?; con il discorevival orgogliosamente tamarro e socialmente consapevole di Dargen D’Amico («Ai ai», che fa coincidere l’acronimo dell’intelligenza artificiale col grido di dolore quotidiano obbligato dal mestiere di vivere); Elettra Lamborghini che in «Voilà» vorrebbe rendere omaggio alla Carrà, la cita, la imita, ma... proprio non ce la fa; Maria Antonietta e Columbre con l’electropop revival di «La felicità e basta»); il country di J-Ax che musicalmente guarda alla Lily Allen di «Not fair» per raccontare un’Italietta che «è come la precedenza, è solo di chi se la prende, non è mai di chi ce l’ha», dove «non si protesta per lo stipendio, solo per la pizza con l'ananas» e «per campare serve un po' di culo sempre». Come reagire? «Serve una brutta canzone che fa... pa pa parappà». E lui ce l’ha quella canzone che fa pa pa parappà.
Ondivaga la rappresentativa rap: Luche’ («Labirinto») sceglie l’italiano e confessa le sue fragilità, non solo in amore («quando non so chi sono/ me lo urlano ai concerti»); Nayt («Prima che») è il più fedele a sé stesso ed il meno disposto ad annacquare nella melodia pop il flusso hip hop; Tredici Pietro resta in mezzo al guado con «L’uomo che cade» ed il flop/rumore sordo conclusivo che promette una messa in scena.
Luche’ a parte, il mucchio selvaggio napoletano mira al cuore, le orecchie, le gambe del pubblico. Sal Da Vinci, reduce dall’exploit di «Rossetto e caffè», si gioca la carta dell’orecchiabilità neoromantica, neomelodica, neolatina, neonuziale sino al verso finale in dialetto e senza neo: «Accussì/ sarà pe’ semp’ sì». Samurai Jay risponde con un’«Ossessione» reggaeton, affidando a Belén Rodriguez (vedere per credere) l’invito a un «andamento lento» che quello troppo veloce può rovinare la «noche de sexo» messa in scena. Lda (altro figlio d’arte, quello di D’Alessio, dopo quello di Morandi, quello di Raf presente coautore, proprio come Francesco Da Vinci) e Aka 7even tengono insieme il richiamo neomelò e quello latino, mirano dritto alla pancia con «Poesia clandestine» in cui paragonano l’amata a Napoli Sotterranea (Manfredi ringrazia).
Chiello («Ti penso sempre») fa Chiello, ma il protagonista è stato tradito («avevi detto che ero l’unico ed io ci avevo quasi creduto») e chiude il pezzo con un «se ti rivedo ti» che di questi tempi stona. Eddie Brock fa Ultimo, pardon Eddie Brock, e anche lui è alle prese con una bella senz’anima, che scambia «Avvoltoi» per eroi, una che «è più facile per te farti spogliare/ che spogliarti il cuore».
Resta qualche battitore libero. Non vanno a meta le Bambole di Pezza di «Resta con me» (Modugno non c’entra e il rock nemmeno). Ci arriva vicino Sayf che in «Tu mi piaci tanto» si piazza tra «L’italiano» di Toto Cutugno e «Per esempio a me piace il Sud» di Rino Gaetano (doppia citazione per lui e Modugno in questa articolessa: ma quanto ci mancano?) tra il figlio di un muratore, l'Emilia che si allaga e la Liguria pure, «la grande azione di Cannavaro», il fantasma di Berlusconi, Tenco che «è morto qui vicino» e le botte in piazza. Ma anche il tenerone Fulminacci di «Stupida fortuna» e l’Ermal Meta di «Stella stellina», che non chiude gli occhi di fronte al genocidio di Gaza e canta la ninna nanna ad una bimba della Striscia che non c’è più, in una notte nera nera osservata da una collina da cui «si attende primavera». Infine il «Male necessario» di Fedez&Masini, un fotoromanzo, una narrazione pulp fiction. «La gente pudica giudica/ che brutta gente che frequenta Fedez/ ma ci si dimentica sempre che Giuda/ se la faceva con gente per bene» rappa il primo. E il secondo si accalora ricordandosi che «i mostri non stanno soltanto sotto il letto», sentendosi come «un latitante a un passo dell’arresto». Che però, come loro due, non scappa più, sta imparando a sopravvivere a tutto questo male necessario, forse persino a volersi bene. Cosa difficile dopo aver ascoltato queste trenta canzoni trenta.