«L?IA entra in classe: strumento utile ma attenti alle fake news»
Il Mattino

«L?IA entra in classe: strumento utile ma attenti alle fake news»

Mercoledì 28 gennaio 2026
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L?intelligenza artificiale è entrata nelle aule prima ancora che nei programmi scolastici. Gli studenti la usano ogni giorno e spesso senza strumenti critici. Tra entusiasmi e...

L’intelligenza artificiale è entrata nelle aule prima ancora che nei programmi scolastici. Gli studenti la usano ogni giorno e spesso senza strumenti critici. Tra entusiasmi e scorciatoie, il confine tra supporto allo studio e delega totale si fa sempre più sottile. A fare chiarezza è Antonio Pescapè, professore ordinario di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni all’Università di Napoli Federico II, delegato del rettore alla Innovazione e Terza Missione e direttore della Digita Academy, esperto di tecnologie digitali applicate alla formazione. Un confronto che parte dai numeri e arriva alla necessità di nuove competenze.

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Il fenomeno dell’uso dell’intelligenza artificiale generativa tra gli studenti quanto è diffuso?

«Molto, ed esistono dati piuttosto chiari. In Italia la situazione è in parte diversa rispetto ad altri Paesi, ma le statistiche mostrano una penetrazione ormai capillare. C’è un progetto che si chiama No Plagio, che ha intervistato studenti delle scuole superiori: nel 2025 quasi il 100% degli intervistati sa perfettamente di cosa si parla quando si citano strumenti di intelligenza artificiale generativa. E oltre il 75% li utilizza per scrivere saggi, comporre testi o svolgere i compiti scolastici».

Questo uso porta davvero benefici?

«Dipende da come viene fatto. La maggior parte degli studenti utilizza questi strumenti come se fossero un motore di ricerca. E questo è un uso improprio. Si chiede allo strumento di fornire contenuti informativi, ma il risultato non è affidabile come quello di una ricerca tradizionale. Può restituire informazioni datate o imprecise. Diverso è l’uso come assistente allo studio, per chiarire concetti non compresi o per riorganizzare il materiale. In quel caso può diventare un supporto reale».

Quindi il nodo centrale è l’approccio.

«Esattamente. Se l’IA viene utilizzata per produrre direttamente un output finale, una ricerca pronta su Manzoni, per esempio, il processo si ferma lì. Se invece quel risultato diventa un punto di partenza, un input che lo studente rielabora, approfondisce e verifica, allora lo strumento diventa utile. È come un’enciclopedia contemporanea. Ma non può sostituire il pensiero critico».

Quali sono le principali lacune generate da un uso scorretto?

«La prima è credere che ciò che viene prodotto sia vero solo perché è scritto bene. Questi sistemi funzionano per plausibilità linguistica, non per conoscenza. Generano testi che suonano corretti, ma non sanno se ciò che stanno dicendo è vero. Il secondo problema sono le cosiddette “allucinazioni”, cioè errori che nascono dal processo statistico con cui il testo viene costruito. Il terzo aspetto riguarda la fiducia. Ci sono studi di pedagogia che mostrano come molti ragazzi tendano a credere più a ciò che dice un sistema di IA che a quanto afferma un professore».

È un rischio che va oltre la scuola?

«Sì. Tutte le volte che ci affidiamo a un’informazione prodotta da questi sistemi senza verificarla corriamo un rischio. Oggi in ambiti delicati, come la salute o il diritto, le piattaforme mettono dei limiti, proprio per evitare interpretazioni scorrette. Nel campo scolastico questo filtro non esiste. Il pericolo è che gli studenti studino e apprendano da fonti che non sono scorrette per intenzione, ma per progettazione».

Qualche mese fa il ministro Valditara ha parlato di tutor virtuali per gli studenti in difficoltà. Può essere un buon uso dell’IA?

«In linea teorica sì. Il grande punto di forza di questi strumenti è la personalizzazione dei contenuti. Oggi molte piattaforme formative profilano l’utente e adattano il materiale al suo livello di preparazione. Applicato a un singolo studente significa passare da una lezione uguale per tutti a percorsi su misura. Non tutti apprendiamo nello stesso modo. Questa è una potenzialità enorme, se usata con criterio».

Spostiamoci all’università. L’uso diffuso di questi strumenti ha cambiato la preparazione degli studenti?

«Sono i primi utilizzatori. Li impiegano per preparare presentazioni, per sistemare gli appunti, per trasformare una trascrizione in una dispensa ordinata in pochi minuti. In ambito informatico collaborano con l’IA anche nella scrittura del codice. L’efficienza è aumentata in modo impressionante».

E negli esami orali si nota un calo della preparazione?

«Non riscontro questo peggioramento. I ragazzi sono diversi rispetto a quindici o vent’anni fa, ma diversi non significa meno preparati. Studiano in modo differente, comunicano in modo diverso. Usano video, audio, forme narrative nuove. La creatività è cresciuta moltissimo. Hanno una capacità espressiva che la mia generazione non aveva».

In sintesi, quale strada va seguita per governare questo cambiamento in ambito formativo?

«L’intelligenza artificiale ha un potenziale enorme per i singoli e per la società. Ma servono competenze e regole. Non basta saperla usare, bisogna conoscerla. Andrebbe insegnata come materia, non solo come strumento per fare i compiti. Alcuni Paesi europei stanno iniziando a farlo. È una tecnologia che attraversa tutti i processi di apprendimento. Senza competenze e senza regole rischiamo di esserne governati, invece di governarla».

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