Ponte Morandi, Rosa Esposito sorella di una vittima: «Una sentenza vergognosa, ma me l'aspettavo»
Il Mattino

Ponte Morandi, Rosa Esposito sorella di una vittima: «Una sentenza vergognosa, ma me l'aspettavo»

Venerdì 17 luglio 2026
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«Una sentenza vergognosa, ma me l'aspettavo. La legge non è uguale per tutti: loro sono stati favoriti perché fanno parte dello Stato». Rosa Esposito non trattiene il...

«Una sentenza vergognosa, ma me l'aspettavo. La legge non è uguale per tutti: loro sono stati favoriti perché fanno parte dello Stato». Rosa Esposito non trattiene il pianto, il dolore è immutato rispetto a otto anni fa. È la sorella di Gerardo Esposito, il 26enne di Torre del Greco che insieme ai suoi amici e concittadini, Giovanni Battiloro, Matteo Bertonati e Antonio Stanzione morì il 14 agosto del 2018, a seguito del crollo del Ponte Morandi. Quel giorno era il compleanno di Gerardo, il più piccolo del gruppo, che era in auto con i suoi più cari amici per andare in vacanza. Invece la loro auto passava sul ponte proprio in quei tragici istanti in cui collassò.

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Cosa pensa della sentenza del Tribunale di Genova?
«Che il processo è solo un teatrino ed io non lo seguo nemmeno più. Da 18 anni richiesti dall'accusa per Castellucci siamo passati a 12 anni. Abbiamo perso otto anni e le pene non sono commisurate alla tragedia che ha investito le nostre famiglie. Avrebbero dovuto avere l'ergastolo. La legge non è uguale per tutti. Questa pena è una bazzecola perché questi signori appartengono allo Stato».

Crede ancora nello Stato?
«Assolutamente no. Siamo stati abbandonati, non abbiamo ricevuto nemmeno una telefonata istituzionale. Siamo rimasti soli nel nostro dolore».

Secondo lei perché?
«Non lo so. Forse perché siamo di Torre del Greco e non di Genova e non hanno potuto fare le loro passerelle di propaganda? Forse i nostri cari sono vittime di serie B? Ed ora dobbiamo assistere a questa sentenza beffa. Non c'è pena che possa alleviare il nostro dolore, nessuno ci ridarà più indietro mio fratello che era giovane e con una vita davanti, pieno di sogni e speranze».

Come stanno i suoi genitori?
«Da quel giorno sono morti con Gerardo. L'unica consolazione è essere uniti con le altre famiglie delle vittime. Ma questa sentenza è stata l'ennesima pugnalata. Ogni volta che sentiamo qualcosa inerente al crollo e al processo è una pugnalata al cuore, è una ferita che non si rimargina. Mio fratello quel giorno doveva festeggiare il suo compleanno nella gioia e la spensieratezza di un ventenne e invece l'abbiamo festeggiato al cimitero. I miei figli vivevano con lui che non era solo uno zio, ma un amico, un punto di riferimento. È stato molto difficile spiegare a dei bambini cosa fosse accaduto. Tutto per uno squallido errore».

Cosa intende?
«La mancanza di manutenzione. Sì sapeva che il ponte sarebbe crollato. Chissà per quali interessi non hanno fatto i controlli ed hanno ucciso 43 persone e distrutto le loro famiglie. A ricostruirlo ci hanno messo pochissimo».

Come ricorda quel 14 agosto 2018?
«Erano le 11.39, pochi minuti dopo il crollo e mi chiamò mia madre dicendomi di aver visto al telegiornale la notizia. Io le dissi di non preoccuparsi e di non telefonare a Gerardo per non disturbarlo. Poi cominciammo a preoccuparci, facemmo squillare il telefono per ore ma nulla. Alle 4.30 della notte ci chiamò qualcuno e ci avvisò del ritrovamento dei corpi. In casa mia arrivarono tante persone, istituzioni, carabinieri. Ma io ero paralizzata. Uno di loro, si figuri, mi si avvicinò ammonendomi di non fare scenate».

Cosa direbbe ai giudici di Genova?
«Gli auguro di non provare mai il dolore che proviamo noi. Ci hanno strappato fratelli, figli, cari e oggi vengono a prenderci in giro con questa sentenza. Gerardo prima di partire aveva fatto il suo primo imbarco, non ha mai saputo quanto ha guadagnato perché il suo primo stipendio è arrivato quando ormai era troppo tardi».

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