Bambina rischia di soffocare al McDonald?s, i soccoritori: «Così abbiamo salvato quella bimba»
Il Mattino

Bambina rischia di soffocare al McDonald?s, i soccoritori: «Così abbiamo salvato quella bimba»

Mercoledì 12 agosto 2026
5 visualizzazioni

«Quando ha cominciato a piangere siamo rinati anche noi». Regina Esposito ha 31 anni e da quando si è laureata ha scelto l?emergenza. Da tre anni la sua vita professionale...

«Quando ha cominciato a piangere siamo rinati anche noi». Regina Esposito ha 31 anni e da quando si è laureata ha scelto l’emergenza. Da tre anni la sua vita professionale si svolge soprattutto a bordo di un’ambulanza del 118. Luciano Di Pasqua, classe 1962, autista soccorritore, ha invece alle spalle vent’anni di Croce Rossa. Sono loro i due soccorritori della Heart Life, convenzionata con l’Asl Napoli 1 Centro, protagonisti lunedì mattina di un intervento che ha restituito una bambina di appena un anno ai suoi genitori. La piccola, in vacanza a Napoli con la famiglia arrivata da Cuneo, era al McDonald’s della Galleria Umberto I quando un pezzo di toast le ha ostruito le vie aeree.

APPROFONDIMENTI Abbandonato sulla Tangenziale di Napoli: beagle soccorso dalla Polizia e messo in salvoForte fuga di gas a Napoli, panico tra i residenti: evacuati 7 nuclei familiari, bar e una chiesa a FuorigrottaLegalità a Porta Capuana, il prefetto lancia il piano: «Controlli anche di notte»

Dove eravate quando è arrivato l’allarme?

«Avevamo appena lasciato al Vecchio Pellegrini un paziente con un trauma cranico. Saranno trascorsi due minuti. La Centrale operativa ci ha individuati attraverso la geolocalizzazione come l’ambulanza più vicina e ci ha inviati immediatamente sul posto».

Ma raggiungere la bambina non è stato semplice.

«La strada era chiusa e abbiamo capito che non potevamo perdere neppure un secondo. Siamo scesi dall’ambulanza e ci siamo messi a correre verso il McDonald’s».

Cosa avete visto entrando?

«Una scena drammatica. La bambina ci è stata praticamente lasciata tra le braccia. Era cianotica, non respirava. I genitori piangevano ed erano terrorizzati. In quel momento devi isolarti da tutto ciò che hai intorno e concentrarti esclusivamente sul piccolo paziente».

Avete capito subito cosa stava accadendo?

«Sì, c'era un'ostruzione delle vie aeree. Bisognava intervenire immediatamente».

Cosa avete fatto?

«Abbiamo iniziato le manovre pediatriche di disostruzione. Nel lattante la procedura è specifica: abbiamo alternato cinque pacche interscapolari e cinque compressioni toraciche, ripetendo i cicli e controllando continuamente le condizioni della bambina».

Avevate paura che il cuore potesse fermarsi?

«Il rischio esisteva. Se l’ostruzione persiste e l’ossigeno non arriva, la situazione può precipitare. Per questo l’equipaggio era pronto ad affrontare anche un eventuale arresto cardiaco. Abbiamo seguito tutti i protocolli».

Quanto è durato il soccorso?

«Pochi minuti, forse meno di quanto oggi riusciamo a ricordare. Ma a noi è sembrata un’eternità».

Poi, finalmente, il pianto.

«Al terzo ciclo la bambina ha ripreso a respirare e ha cominciato a piangere. Quel pianto è stato il suono più bello che potessimo sentire».

Cosa è accaduto intorno a voi?

«È scoppiato un lungo applauso. La tensione accumulata in quei minuti si è trasformata in gioia. La mamma ci ha abbracciati, il papà e il nonno continuavano a ringraziarci. È stata un’emozione fortissima».

Come sta oggi la bambina?

«È stata portata al Santobono per gli accertamenti e dopo un breve ricovero è stata dimessa in pieno benessere. La famiglia è tornata a Cuneo».

Avete ancora loro notizie?

«Sì. La mamma continua a mandarci messaggi e fotografie della bambina. Ringrazia noi e tutti coloro che hanno partecipato al soccorso. Credo che resterà un legame particolare».

Dopo tanti anni riuscite ancora a emozionarvi?

«La formazione ti insegna a controllare l’emozione mentre lavori. Non ti insegna a non provarla. Una volta abbiamo soccorso una neonata priva di coscienza per una grave patologia neurologica. Intervenimmo insieme all’automedica e ad altri colleghi. Anche quella è una storia che non si può dimenticare. Alcuni soccorsi restano dentro, noi non incontriamo soltanto pazienti. Incontriamo famiglie, figli, mogli, mariti. Una volta, durante un arresto cardiaco, un bambino si inginocchiò davanti a noi e mi pregò di salvargli il padre».

Condividi questo articolo