Bagnolifutura, i giudici: «Disastro ambientale», quattro i condannati
Il Mattino

Bagnolifutura, i giudici: «Disastro ambientale», quattro i condannati

Sabato 19 settembre 2026
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C'è stato il disastro ambientale legato alla futura gestione di Bagnoli. E ci sono precise responsabilità individuali, sia in seno agli apparati degli enti locali, sia per quanto...

C'è stato il disastro ambientale legato alla futura gestione di Bagnoli. E ci sono precise responsabilità individuali, sia in seno agli apparati degli enti locali, sia per quanto riguarda il management della partecipata del Comune di Napoli. È questo il dispositivo firmato ieri dai giudici della seconda sezione di Corte di Appello, che ha condannato i quattro imputati ritenuti responsabili della gestione della società nata - ormai più di venti anni fa - per la riqualificazione del versante ovest della periferia napoletana.

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Il verdetto

In sintesi, due anni e sei mesi per Gianfranco Caligiuri, ex direttore tecnico di Bagnolifutura; due anni per Alfonso De Nardo, impegnato in passato nella gestione dei processi di riqualificazione ambientale in forza all'Arpac; un anno e otto mesi per Mario Hubler, in passato esponente di vertice della società partecipata; un anno e otto mesi per Giuseppe Pulli, ex esponente del Comune di Napoli.

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Accolto in pieno il lavoro del pg Stefania Buda. Quello che si è chiuso oggi dinanzi alla seconda sezione di corte d’appello è il terzo giudizio di appello; va ricordato che altre due sezioni della corte di appello di Napoli aveva assolto tutti con la formula perché il fatto non sussiste.

Difesi - tra gli altri - dai penalisti Luca Bancale, Claudio Botti, dal professor Alfonso Furgiuele, gli imputati potranno fare un nuovo ricorso per Cassazione. La partita non è ancora chiusa. «Presenteremo ricorso per Cassazione, perché riteniamo irragionevole che possa dirsi accertata la responsabilità degli imputati, oltre ogni ragionevole dubbio, dopo che sugli stessi atti ben due Corti di Appello (composte da sei magistrati qualificati ed esperti) avevano concluso nel merito affermando che il fatto non sussiste» ha annunciato il professor Furgiuele.

Il retroscena 

Dunque un lungo cammino giudiziario che ha inizio tra il 2007 e il 2008, quando arrivano le prime denunce legate al lavoro svolto dalla società di riqualificazione e trasformazione urbana creata all’ombra degli enti locali per bonificare dalle scorie industriali la zona di Bagnoli. Agli atti ci sono delle denunce di alcuni cittadini, ma anche di parenti di soggetti che hanno perduto i propri cari per malattie probabilmente riconducibili alla contaminazione del territorio; oltre a una serie di esposti di associazioni ambientaliste. Siamo a pochi anni dalla consegna dei lavori di bonifica, quando la magistratura accende i propri riflettori. Sul caso Bagnolifutura lavorano gruppi specializzati nella tutela ambientale, ma anche esponenti della guardia di finanza. Vengono analizzate le cosiddette morchie (zolle di terreno), mentre scattano anche delle intercettazioni ambientali e telefoniche. Pochi anni dopo l’avvio delle prime indagini, arriva il provvedimento di sequestro delle strutture e della stessa area che si reputava prossima alla collocazione sul mercato. Eravamo in piena crisi per i rifiuti in Campania, al punto tale che fu un gip collegiale (all’epoca presieduto dal capo dei gip Bruno D’Urso) a firmare il blitz: sequestrati interi lotti di territorio, l’area non è stata bonificata, i rischi ambientali permangono. Da allora è andato avanti un processo lungo e controverso. Pensate per ben due volte i giudici di Corte di Appello hanno assolto tutti gli imputati, spingendo la Procura generale di Napoli a fare comunque ricorso per Cassazione. E sono stati sempre i giudici della Suprema Corte a rimandare gli atti a Napoli per ulteriori verifiche da tenere a dibattimento. Quello di ieri - lo ripetiamo - è stato il terzo giudizio di Corte di Appello, che coincide questa volta in una condanna degli imputati. Sia in primo grado che in appello, la pubblica accusa è stata rappresentata dal pm (ora sostituto pg) Stefania Buda, che vanta esperienza sul fronte dei reati di pubblica amministrazione e anche in materia ambientale.

Le verifiche 

Al centro del braccio di ferro in aula, alcune intercettazioni ma anche le analisi che vennero fatte sui lotti di terreno che si credevano completamente bonificati. Stando all’ipotesi investigativa, ci sarebbe stato una sorta di tacito patto tra più enti per completare una riqualificazione solo in superficie. Ipotesi da sempre respinta con veemenza da tutti gli imputati, a cominciare dall’ex vicesindaco Tino Santangelo, venuto a mancare pochi mesi fa, che ha trascorso oltre venti anni a difendere il proprio lavoro e sarebbe stato pronto a ripresentare in Cassazione un ricorso rispetto all’ultima sentenza firmata ieri dai giudici.

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