Delitto di Romina Del Gaudio, dopo 22 anni spunta un Dna sospetto: «Non archiviate il caso»
Il possibile Dna dell?assassino sul giubbino della vittima, le accuse di un collaboratore di giustizia a proposito delle coperture della camorra in un ambiente segnato da silenzi omertosi....
Il possibile Dna dell’assassino sul giubbino della vittima, le accuse di un collaboratore di giustizia a proposito delle coperture della camorra in un ambiente segnato da silenzi omertosi. Sono questi i punti su cui fa leva la richiesta di tenere aperta l’inchiesta sull’omicidio di Romina Del Gaudio, la promoter 19enne sequestrata e uccisa ad Aversa, tra la primavera e l’estate del lontano 2004. Ventidue anni dopo - siamo nel pieno di un cold case campano - la storia attende una risposta. C’è una data, che potrebbe essere dirimente: il prossimo 9 novembre, è fissato dinanzi al gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere una udienza camerale per stabilire cosa fare a proposito degli esiti delle ultime indagini. Per essere più chiari, c’è una richiesta di archiviazione da parte di due pm sammaritani (che oggi hanno lasciato la Procura casertana per altri incarichi) ma anche un’opposizione da parte degli avvocati che assistono i parenti della sfortunata ragazza. Partiamo dall’ultimo atto di questa storia, dall’opposizione all’archiviazione presentata dall’avvocato Marco Spena, nel corso di indagini difensive che fanno leva anche sul lavoro della psicologa e criminologa Luisa D’Aniello e della biologa specialista in genetica medica Marina Baldi.
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L’ISTANZA
C’è una richiesta di riesumazione della salma della 19enne scomparsa, sulla scorta di un principio: il tempo trascorso - oltre 22 anni - potrebbe essere una possibilità e non un ostacolo. Grazie alle nuove tecniche è possibile astrarre e profilare tracce biologiche lasciate dall’assassino (o dagli assassini). In che senso? Riflettori puntati sul giubbotto di Romina, sul quale sono state trovate delle tracce biologiche, da cui è venuto fuori un profilo genetico. È la traccia dell’assassino? Non è tutto. Si chiede di verificare anche quanto potrebbe essere astratto da un altro giubbotto, un indumento maschile trovato a pochi metri dal cadavere; in terzo luogo, si chiede di riesumare i resti di Romina, per analizzare le ossa del cavo orale o nella composizione pilifera, che potrebbero aver conservato tracce della mano assassina. Ma proviamo ad approfondire a partire dalla scena del delitto.
IL DELITTO
Era il 4 giugno del 2004 quando la bella ragazza napoletana sparì dai radar. Venne vista l’ultima volta lungo il corso principale di Aversa, dove la 19enne lavorava come promoter per la Wind. Gli ultimi ad averla vista sono i titolari di una macelleria presso la quale Romina si era recata nel tentativo di formalizzare un contratto di vendita. Stando alla loro versione, Romina, dall’interno del negozio, si sporgeva verso l’esterno, «guardava al di là del vetro, come se attendesse qualcuno o qualcosa». Aveva un appuntamento? O questa testimonianza è solo il tentativo da parte dei testi di scrollarsi di dosso il pressing degli inquirenti? Romina venne trovata 47 giorni dopo. Era il 21 luglio in un bosco della Reggia di Carditello, prima che il sito borbonico venisse bonificato. Una zona in passato frequentata da prostitute, ma dove venivano anche sversati rifiuti di ogni tipo. Restiamo al delitto: la ragazza è stata colpita prima da una coltellata all’altezza della zona costale, poi attinta da due colpi di pistola al cranio. C’è un movente sessuale. Il suo reggiseno è stato trovato tagliato al centro delle due coppe. Quasi certamente è stata uccisa in un altro posto e trasferita nel boschetto di notte, perché il suo corpo era adagiato nudo sui jeans a terra a mo’ di lenzuolo. Jeans che non erano intrisi di sangue. Il corpo che non era deturpato da morsi di roditori, come sarebbe stato naturale se fosse rimasto 47 giorni in un bosco.
IL PROFILO
Torniamo al Dna ricavato dal giubbino di Romina. In questi mesi la Procura ha lavorato sul profilo di un cittadino francese. Agli atti c’è il suo nome. L’identità del francese è venuta fuori grazie alla cooperazione internazionale con la polizia transalpina: ma si tratta di un match debole, che non consente una incriminazione a senso unico. Sul punto, il collegio difensivo chiede di sapere se il cittadino francese sia stato in Italia, magari come trasportatore (quindi senza passare per hotel e strutture ricettive).
L’ALTRO GIUBBINO
Un Tommy Hilfiger taglia “L” da uomo era a pochi metri dal corpo di Romina. Potrebbe essere quello dell’assassino. E potrebbe contenere delle tracce finora non emerse. Un punto da approfondire.
IL PENTITO
Si chiama Giovanni Cellurale e ha accusato un affiliato della camorra casertana, con cui ha condiviso la detenzione in due carceri differenti. Agli atti c’è il nome di un soggetto che aveva la stessa arma «una Rifle calibro 22» che ha ucciso Romina, oltre ad usare un’auto simile a quella notata da un teste in una circostanza diversa rispetto alla scomparsa di Romina. Sono stati fatti dei riscontri e non c’è match tra il camorrista e il dna astratto dal giubbino di Romina. Eppure - sottolineano avvocati e periti - si potrebbe indagare sulla sua cerchia di complici. Motivo? «Sapevamo - ha detto il pentito - che quel gruppo questo andava facendo (molestare le ragazze) anche perché godevano della copertura della camorra e del silenzio omertoso del paese». Una circostanza che andrebbe verificata anche sulla scorta di un’altra circostanza: il giorno prima della scomparsa, viene sventato un altro probabile sequestro di persona. È il caso di Virginia Fiore, che riuscì a districarsi dall’aggressione di tre soggetti a bordo di almeno due auto, nel centro di Parete. Un caso ricostruito grazie alla testimonianza del dentista Giovanni Dell’Aversana, che ha ricordato «la capacità dei tre soggetti di mantenere il controllo dopo la reazione della ragazza». Soggetti che potrebbero averci riprovato il giorno dopo ad Aversa, magari fingendo di offrire un contratto alla malcapitata promoter: uno di questi potrebbe aver lasciato una traccia sul giubbino di Romina. E tanto basta a non chiudere il caso.