Due in cella, favorirono la latitanza del boss Antonio Aloia
Un pizzino ha incastrato tutti quelli che lo hanno aiutato durante la sua latitanza e hanno organizzato la rete di copertura in Irpinia. A condurre gli inquirenti sulle tracce dei suoi...
Un pizzino ha incastrato tutti quelli che lo hanno aiutato durante la sua latitanza e hanno organizzato la rete di copertura in Irpinia. A condurre gli inquirenti sulle tracce dei suoi fiancheggiatori irpini, lo stesso pregiudicato Antonio Aloia – latitante dall’agosto del 2024 e killer di Ottavio Colalongo – quando è stato tratto in arresto a Gricignano d’Aversa. Gli inquirenti nella tasca della sua tuta hanno trovato un bigliettino con due indirizzi: via Matteotti a Mercogliano e via Ponticelli a Pietrastornina. Di quest’ultima abitazione, Aloia aveva persino le chiavi di accesso. Dall’analisi delle immagini delle telecamere attive a Mercogliano e dai tabulati telefonici sono state ricostruite le responsabilità degli irpini per aver coperto e sostenuto la fuga del boss da quando non è più ritornato nel carcere di San Gimigliano per scontare la condanna a ventisette anni di detenzione.
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In carcere sono finiti l’irpino Mario Peluso di Mercogliano e Nicola Lanzaro originario di Nola, ma residente a Manocalzati. Mario Peluso è stato ripreso mentre in compagnia della suocera Franca Perone (indagata a piede libero) e della sua compagna (non indagata) uscivano dall’abitazione di Mercogliano insieme a Antonio Aloia che camminava munito di stampelle e cappello di lana. Ad attenderlo c’era l’auto con a bordo Nicola Lanzaro (finito in carcere) che doveva condurlo a Gricignano d’Aversa. Mentre dall’abitazione di Nicola Lanzaro Antonio Aloia sarebbe partito in direzione Mugnano del Cardinale il 17 dicembre del 2025 per andare a compiere il delitto a Scisciano. Un quarto indagato a piede libero è Antonio Fruncillo. Per quest’ultimo e per Franca Perone il gip ritiene che sebbene siano stati immortalati mentre uscivano dall’abitazione di Mercogliano insieme ad Aloia e Peluso, non hanno intralciato la giustizia. Invece Peluso e Lanzaro – in base a quanto accertato dagli inquirenti – avrebbero fornito ospitalità e appoggio logistico ad Aloia tenendolo presso le loro abitazioni e trasportandolo da una parte e dall’altra. Sono tutti accusati di favoreggiamento personale e procurata inosservanza della pena.
La misura cautelare è stata eseguita ieri dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, dopo le indagini effettuate su Antonio Aloia, alias "Tonino ‘o Cinese", considerato dagli inquirenti come esecutore materiale dell'assassinio di Ottavio Colalongo. Agguato che sarebbe maturato nell’ambito della lotta tra gruppi criminali per il controllo della droga. L’ Antimafia a gennaio aveva già disposto perquisizioni e sequestri di telefonini nei confronti di diversi indagati con le accuse di favoreggiamento e procurata inosservanza della pena aggravata dal metodo mafioso, contestualmente all’esecuzione dei decreti di fermo nei confronti degli otto indagati per il concorso nell’omicidio di Colalongo. Stando agli elementi emersi nel corso delle indagini, Aloia risulta parte di un gruppo criminale, i Luongo-Covone-Aloia.
E il "curriculum criminale" del "Cinese", hanno ricostruito gli inquirenti, parte da molto lontano: nel 2003 era già ritenuto affiliato al clan di Antonio Di Buono, alias "‘o Marcianisano", quest'ultimo alleato con il gruppo di Domenico La Montagna, attivo a Caivano e alleato dei Pianese. Inoltre, è stata documentata la vicinanza tra Aloia ed esponenti del clan Cava, in particolare con Bernardo Cava, detto "Alduccio", fratello del capoclan Antonio detto "Ndò Ndò". Durante la latitanza Aloia avrebbe imposto le estorsioni ad Acerra, come documentato da una videochiamata ad un imprenditore in cui avrebbe detto che, in quel comune, "pagano tutti a me". "Tonino ‘o Cinese" è stato arrestato dai carabinieri il 25 dicembre 2025 in un appartamento di Gricignano d'Aversa, dove dormiva con una pistola carica accanto.