Addio a Umberto Pizzi, il paparazzo della "Dolce Vita": da Berlinguer a Pavarotti, ha fotografato politici e vip
Il Mattino

Addio a Umberto Pizzi, il paparazzo della "Dolce Vita": da Berlinguer a Pavarotti, ha fotografato politici e vip

Martedì 29 settembre 2026
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Una volta tanto ci sia concesso l?uso della prima persona. Ho perso un amico, era Umberto Pizzi. Ogni volta che, da 30 anni a questa parte, lo vedevo mi diceva due cose. La prima:...

Una volta tanto ci sia concesso l’uso della prima persona. Ho perso un amico, era Umberto Pizzi. Ogni volta che, da 30 anni a questa parte, lo vedevo mi diceva due cose. La prima: “Ricordati sempre che io sono un compagno, ma del genere comunista sentimentale. Che Guevara più Berlinguer. Ma Enrico l’ho fotografato, mentre Ernesto no e questo è il mio più grande cruccio professionale”. Per lui la professione coincideva con l’esistenza. E fotografava l’intimo di una persona, le sapeva conoscere e capire come pochi altri, senza bisogno di usare la macchina fotografica: gli bastavano i suoi occhione il suo cuore.

E la seconda cosa che diceva sempre: “Come stanno i tuoi genitori? Che brave  persone….”. Lui era davvero una brava persona. Un uomo che sapeva praticare con naturalezza quella “connessione sentimentale” di cui parlava Antonio Gramsci come motore di crescita civile e morale di una comunità e di un Paese e guarda caso nella sua casa ai Castelli Romani, da cui scendeva in motorino per andare a fare le sue foto nei Palazzi e ad ogni evento politico e mondano (non c’è Pizzi? Allora non c’è pezzo, si diceva tra cronisti), le Lettere dal carcere del fondatore del Pci spiccavano come uno dei suoi libri prediletti.  

L'ultimo gigante

Oggi Umberto lo avremmo incontrato certamente alla presentazione del romanzo di Augusto Rubei, “La strada”, alla Galleria Sordi.  Pronto a immortalare vip e amici. Perché non gli sfuggiva mai l’occasione giusta dove andare a raccontare Roma. Che per lui era un impasto di potere e popolo. Ma stava male da qualche tempo Pizzi e adesso non c’è più. Con lui si è spento l’occhio  di Roma. Con la sua scomparsa - Umberto era del 1937 - se ne va l’ultimo gigante della fotografia d’assalto, il cronista implacabile che per oltre sei decenni ha raccontato con l’obiettivo i fasti, i vizi e le fragilità della nostra Capitale. 

Chi era

Nato a Zagarolo, incarnava quel genio verace e disincantato dei Castelli Romani: l’ironia pronta, l’aria furbesca di chi non si lascia incantare dal potere e una capacità quasi sovrannaturale di muoversi nell’ombra. Ogni mattina saliva sul suo scooter per tuffarsi nel traffico della città, pronto a catturare l'irripetibile. E negli ultimi decenni, prima di passare al sito Formiche, complice il sodalizio con Roberto D'Agostino e  Dagospia, Umberto è diventato l'entomologo definitivo della "Roma Cafonal".

Era un fotografo antropologo. Sapeva andare all’essenza. Riusciva in un attimo a capire chi sono i personaggi veri e quelli falsi. Chi ha aura e chi no. Diceva: “I personaggi carismatici sono quelli che spandono una certa luce. Per esempio Rita Levi Montalcini”. E raccontava: . “Tanti anni fa la Montedison organizzò un gala al Teatro dell’Opera dove davvero c’era tutto il mondo, da Craxi a Pavarotti. Poi scorsi tra la folla un signore piccoletto, coi capelli bianchi e un vestito da sera che mi sembrò un po’ rimediato. Non avevo la più pallida idea di chi fosse ma emanava quella luce lì. Allora chiesi chi fosse: era Albert Sabin, lo scopritore del vaccino contro la poliomelite”.  

I politici fotografati

Lo emozionava soprattutto Berlinguer. “Gli feci una foto famosa  - narrava sempre Umberto - per cui non presi una lira perché la regalai. Un giorno lo vidi uscire dall’ospedale San Giacomo a via di Ripetta dove era andato a trovare il suo portavoce, Antonio Tatò, e lo seguii da lontano. Arrivato a piazza Augusto Imperatore si fermò a salutare tre operai che erano in pausa, con la carriola, i panini, gli attrezzi. Fu una sequenza emozionante. Scattai con il teleobiettivo”. Ha immortalato  prima, seconda e terza repubblica, sempre con onestà. Dei nuovi leader non aveva grande ammirazione ma sapeva conoscerli, trattarli e farsi amare.  “Vogliono tutti essere qualcosa quando invece non lo sono. Ma amano essere fotografati anche quando fingono di no”, così diceva di loro, con disincanto e bonomia. 

“Fermo un attimo”. Clic. E ti faceva una foto, anche se non sei famoso. Poi te la mandava insieme a  “un abbraccio”.  Si considerava un contadino dell'immagine. Nonostante la frequentazione continua dei palazzi del potere e del mondo del cinema e dello spettacolo, non ha mai subito il fascino del denaro o dell'autorità. Trattava tutti alla stessa maniera. Clic, clic e clic. Prima di tornarsene, con la sua macchina fotografica al collo, nella sua casa-archivio immersa nel verde dei Castelli.

Sosteneva che la fotografia fosse figlia della pittura dell'Ottocento e che il suo compito fosse semplicemente catturare i dettagli che tutti gli altri cercavano di nascondere. L’unico dettaglio non è stato lui. Che, al contrario, ha rappresentato per gli amici e per gli ammiratori,  una grande opera d’insieme sia personale  sia artistica.

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