È la porta a soffietto che separa il soggiorno della villetta di via Pascoli dalle scale che conducono alla cantina, dove il
13 agosto 2007 era riverso il corpo di
Chiara Poggi. Da diciannove anni l'assenza di impronte su ante e pomello restava un mistero: non c'erano quelle di
Alberto Stasi, che ha riferito di averla aperta al suo arrivo, né di un eventuale altro assassino. Ora l'inchiesta della Procura di
Pavia, che si accinge a chiedere il rinvio a giudizio di Andrea Sempio per omicidio aggravato, fornisce la risposta. Quella porta «è stata aperta e richiusa almeno cinque volte il solo 14 agosto», vanificando la presenza di
Dna e impronte. E ancora: delle operazioni di rilievo dattiloscopico riportate dagli esperti del Ris nella loro relazione del 24 agosto 2007, «non c'è traccia» nei verbali del lavoro svolto a casa
Poggi nei giorni precedenti. Mentre in queste ore i magistrati, sul controverso materiale genetico della vittima isolato sui pedali della bici di Stasi, scioglieranno la riserva sull'apertura di un fascicolo, anche per condotte singole successive.