La presidente del Tribunale dei minori, Paola Brunese: «Minori, troppi benefici ai giovani che sbagliano»
Il Mattino

La presidente del Tribunale dei minori, Paola Brunese: «Minori, troppi benefici ai giovani che sbagliano»

Domenica 18 ottobre 2026
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Giudice Paola Brunese, sette giorni fa un gruppo di ragazzini ha picchiato un uomo di 50 anni che aveva difeso la figlia da una precedente aggressione. Che cosa prova di fronte a quelle...

Giudice Paola Brunese, sette giorni fa un gruppo di ragazzini ha picchiato un uomo di 50 anni che aveva difeso la figlia da una precedente aggressione. Che cosa prova di fronte a quelle immagini?

«Provo indignazione ma cerco di pensare a cosa si possa fare per arginare una deriva che travolge tutti: la società civile, chi subisce continue lesioni ma anche gli stessi giovani autori di simili reati. Parlo di reati che vanno considerati espressione di fragilità e disagio che gli adulti non sempre si dimostrano capaci di fronteggiare».

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Da oltre tre anni presidente del Tribunale per i minori, il giudice Paola Brunese ragiona sulle strategie da mettere in campo. E sottolinea l’importanza di ricorrere «a lavori di pubblica utilità» per i minori ritenuti responsabili di gravi reati, ma anche di ridurre al minimo l’uso del «perdono giudiziale», strumento che risale addirittura al 1930.

Che cosa rischiano quei ragazzini, ammesso che venga acclarata la loro responsabilità?

«Nel caso in cui il processo accerterà la responsabilità dei singoli, la risposta giudiziaria sarà calibrata in base alle modalità delle singole condotte, alle relazioni dei servizi sociali, ai certificati dei carichi pendenti e penali degli imputati. Senza voler influenzare i giudici che si occuperanno del caso, ritengo, tuttavia, che la risposta giudiziaria debba essere tempestiva e rigorosa. Se il minorenne deve essere punito la pena potrà anche essere molto severa (senza che sia necessario abbassare a 17 anni la soglia della maggiore età)».

Come risponde a chi chiede maggiore severità verso ragazzi ritenuti responsabili di condotte gravi?

«Vorrei suggerire ai colleghi assegnati al settore penale del Tribunale per i minorenni di far ricorso alla applicazione dell’articolo 30 - come aggiornato dalla Riforma Cartabia - del codice penale minorile, che prevede l’irrogazione di sanzioni sostitutive delle pene brevi ed in particolare il lavoro di pubblica utilità per le pene non superiori a tre anni, (col consenso del minorenne che abbia superato l’età dell’obbligo scolastico).

Che tipo di svolta ci sarebbe?

«In tal modo, piuttosto che ricorrere frequentemente all’istituto del perdono giudiziale, che è stato introdotto nella legislazione nel 1930 e che a me sembra non più attuale, - e che limiterei alle condotte di reato lievi, occasionali e che non facciano intravedere il rischio di recidiva –, i minorenni potrebbero essere impiegati in attività che attivino percorsi di riparazione e crescita civica, quali, ad esempio la cura di spazi verdi, l’assistenza ad anziani in RSA, l’affiancamento di allenatori in centri sportivo, e attività simili».

Che tipo di conseguenze avremmo?

«In questo modo il reato commesso costituisce l’occasione per il reo di sperimentare un percorso di cittadinanza attiva che lo tenga lontano da social ed impegnato in modo positivo».

Le famiglie di quei ragazzi rischiano di dover versare risarcimenti dei danni?

«Le famiglie dei minorenni che vengono ritenuti responsabili di reati che hanno cagionato un danno possono essere chiamati dalle parti lese a risarcire il danno prodotto. Ma non mi accanirei sulle famiglie che, in taluni casi ed in alcune realtà, non sono in grado di contenere i figli; piuttosto istituirei corsi di educazione alla genitorialità responsabile stimolando la frequentazione degli stessi».

Il caso piazza Vanvitelli riguarda ragazzi non contigui alla camorra, per così dire “borghesi”: è un fenomeno nuovo dal suo punto di vista?

«Purtroppo non tutti i reati vengono commessi da minori appartenenti a contesti vicini alla camorra ma spesso da ragazzi appartenenti a famiglie “normali”. Le cause non possono essere sintetizzate in poche battute ma, per somme linee in tali ipotesi, le condotte devianti dipendono dal poco tempo che i genitori dedicano all’educazione dei figli; dal tempo eccessivo trascorso in rete dai minori che, abituati alla immediata gratificazione digitale, che non richiede sforzi, si annoiano nelle esperienze quotidiane meno coinvolgenti e cercano emozioni compiendo gesti scellerati».

Recentemente un giudice del tribunale per i minori ha respinto una richiesta di messa alla prova (un caso legato alle stese di camorra): si può dire che sia una nuova strategia?

«Condivido la scelta della collega che ha respinto la richiesta di sospensione del processo nel caso della commissione “di stese” perché la messa alla prova - che è un istituto che apprezzo pienamente - deve essere riservata a quei casi in cui l’imputato manifesti una seria e profonda volontà di cambiamento, risultando realmente pentito per l’azione commessa e disponibile ad cimentarsi in un impegnativo programma di recupero. Ma la messa alla prova non può costituire una scorciatoia per ottenere la declaratoria di estinzione del reato».

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