Il direttore della scuola di Formazione, Ludovico Docimo: «Innovazione e competenza
così conquistiamo i giovani»
Il Mattino

Il direttore della scuola di Formazione, Ludovico Docimo: «Innovazione e competenza così conquistiamo i giovani»

Lunedì 19 ottobre 2026
3 visualizzazioni

Il rischio è arrivare in ospedale e trovare sale operatorie con organici insufficienti. La chirurgia italiana affronta un ricambio generazionale difficile, mentre l?invecchiamento...

Il rischio è arrivare in ospedale e trovare sale operatorie con organici insufficienti. La chirurgia italiana affronta un ricambio generazionale difficile, mentre l’invecchiamento della popolazione fa crescere la domanda di interventi. La Campania offre però un segnale diverso: alla Vanvitelli sono stati coperti tutti i posti di specializzazione in Chirurgia generale, alla Federico II quasi tutti. Ludovico Docimo, presidente della Società italiana di chirurgia, ordinario di Chirurgia generale e presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia della Vanvitelli, indica la strada al 128° congresso nazionale della Sic, concluso a Roma.

APPROFONDIMENTI Ospedale Cardarelli, 211 candidati al concorso per due posti di dirigente medico ginecologoSalvaSalvata Sanità, fuga dei medici dagli ospedali e dal 118: «È boom di dimissioni»SalvaSalvata

Professore, quanto è concreto il rischio di restare senza chirurghi?

«Entro il 2030 potrebbero uscire dagli ospedali circa 2.800 dei 6.500 specialisti attualmente in servizio, a fronte di meno di 1.300 nuovi ingressi. Significa un saldo negativo di circa 1.500 professionisti. Questo accade mentre la popolazione invecchia e la domanda di chirurgia aumenta».

Eppure la Campania sembra andare in controtendenza.

«Sul fronte delle nuove vocazioni il segnale è positivo. Nel 2026 la Vanvitelli ha coperto tutti i 21 posti disponibili in Chirurgia generale; la Federico II ne ha assegnati 26 su 27, il 96,3 per cento. Sono risultati superiori alla media nazionale. In Italia sono rimasti vuoti 193 contratti su 646, quasi il 30 per cento. C’è un miglioramento rispetto al 37,8 per cento del 2025, ma la crisi di attrattività resta profonda».

Senza un’inversione di tendenza nazionale quali sarebbero le conseguenze per i pazienti?

«Rischierebbe un intervento di chirurgia generale su dieci, rispetto ai circa 650mila eseguiti ogni anno. Avremmo liste più lunghe e maggiori distanze da percorrere per raggiungere un ospedale in grado di operare. Le conseguenze sarebbero particolarmente pesanti nelle aree già fragili: spostarsi in un’altra provincia o regione alimenterebbe ulteriormente la migrazione sanitaria».

Quanto sono marcate le differenze tra le Università?

«A L’Aquila nessun contratto è stato assegnato. A Udine e Genova quasi nove posti su dieci sono rimasti scoperti; a Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia la copertura non supera il 20 per cento. I risultati campani sono incoraggianti ma vanno consolidati accompagnando gli specializzandi lungo tutto il percorso. Riempire le scuole è il primo passaggio: dobbiamo poi riuscire a formare e trattenere i chirurghi».

Quanti giovani si perdono durante e dopo la specializzazione?

«Rileviamo una doppia dispersione: il 10 per cento dei posti assegnati viene abbandonato durante i cinque anni di formazione e il 10 per cento degli specialisti sceglie l’estero o il privato. C’è poi un dato significativo: tra i primi mille classificati al concorso, soltanto nove hanno scelto Chirurgia generale. È un indicatore della ridotta attrattività della disciplina».

Quanto pesa l’età dei chirurghi oggi in ospedale?

«Secondo i dati Eurostar oltre la metà dei chirurghi generali ospedalieri italiani ha più di sessant’anni, contro il 32 per cento della Spagna e il 44 per cento di Francia e Germania. Il ricambio richiede tempo: le competenze chirurgiche maturano attraverso esperienza, affiancamento e responsabilità progressive».

È una sfida anche per chi guida una Scuola di Medicina?

«Certamente. Dobbiamo preparare i professionisti chiamati a raccogliere il testimone. Se l’innovazione non entra concretamente nella formazione, rischiamo di perdere proprio questa generazione. Occorre un piano strategico che restituisca attrattività alla chirurgia».

Che cosa allontana i giovani dal lavoro ospedaliero?

«Turni massacranti, retribuzioni poco competitive, aggressioni e rischio medico legale. La Sic segnala un aumento delle controversie del 150 per cento in dieci anni e il peso delle assicurazioni sui giovani. La sostenibilità della professione è parte della risposta alla carenza. Il precedente americano fa riflettere: secondo lo studio citato, 15 milioni di persone vivono in contee prive di un chirurgo generale».

Dal ministro Schillaci quali risposte sono arrivate?

«All’apertura del congresso il ministro ha riconosciuto la centralità della chirurgia e il calo di attrattività della disciplina e richiamato i 120 milioni annui stanziati per le specializzazioni meno richieste e il percorso parlamentare della riforma della responsabilità professionale. Temi su cui occorre lavorare».

Condividi questo articolo