Forte terremoto di magnitudo 5.5 in Sicilia: gente in strada a Palermo, scuole evacuate e revocata l'allerta maremoto
Il Mattino

Forte terremoto di magnitudo 5.5 in Sicilia: gente in strada a Palermo, scuole evacuate e revocata l'allerta maremoto

Venerdì 23 ottobre 2026
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Una scossa di magnitudo 5,5 nel Tirreno meridionale è stata avvertita alle 12:19 a Palermo, dove la gente è scesa in strada e diverse scuole sono state evacuate. Il terremoto,...

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Una scossa di magnitudo 5,5 nel Tirreno meridionale è stata avvertita alle 12:19 a Palermo, dove la gente è scesa in strada e diverse scuole sono state evacuate. Il terremoto, registrato dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia nell’ambito di uno sciame sismico a nord-ovest di Alicudi, è stato localizzato a circa 9 chilometri di profondità e a 98 chilometri a nord-est di Bagheria. La magnitudo, inizialmente stimata in 5,0, è stata poi rivalutata.

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Dopo la scossa è scattata un’allerta maremoto di livello arancione, successivamente revocata.

Al momento non risultano danni né feriti. Il sisma è stato avvertito fino a Reggio Calabria e Ragusa: attraverso il servizio dell’Ingv «Hai sentito il terremoto?» sono arrivate segnalazioni da tutta la Sicilia, comprese Messina, Palermo, Catania, Siracusa e Agrigento.

La sequenza è proseguita nel pomeriggio: alle 15:55 una nuova scossa di magnitudo 4,6 è stata percepita distintamente anche a Palermo. Nell’arco della giornata sono stati registrati già 36 terremoti: dopo quello delle 12:19 ne sono stati rilevati altri 35 di magnitudo superiore a 2, tutti concentrati nella porzione più ristretta della sequenza, entro un raggio di circa 15 chilometri. Il più forte è stato proprio quello delle 15:55.

In una settimana i terremoti registrati nel Tirreno meridionale, al largo della Sicilia, sono stati più di 60, distribuiti in una zona estesa alcune decine di chilometri, e il numero cresce ogni ora. «Stiamo rilevando una sequenza sismica e i dati si aggiornano minuto per minuto», ha dichiarato all’Ansa Salvatore Stramondo, sismologo e direttore del dipartimento Terremoti dell’Ingv.

Il contatto fra le placche e il terremoto nella crosta

Secondo Stramondo, il motore della sequenza è il «meccanismo compressivo dovuto al contatto fra placca africana e quella euroasiatica». Nella sua spiegazione, la placca africana si muove verso nord e spinge su quella euroasiatica, producendo un terremoto crostale: un sisma che nasce all’interno della crosta terrestre, la parte più esterna e rigida della Terra. La relativa vicinanza alla superficie fa sì che questi terremoti vengano avvertiti anche a grandi distanze.

Nel Mediterraneo centrale la placca africana scivola sotto quella eurasiatica. Dal loro incontro nascono catene montuose e vulcani; il punto più studiato di questo processo di sprofondamento è l’arco calabro, dove il fondale del Mar Ionio, appartenente alla placca africana, scende nel mantello fino a oltre 500 chilometri di profondità. La discesa della lastra è una delle cause dei terremoti dell’area: comprenderne le modalità aiuta a individuare dove e perché si verificano.

Gli studi dell’Ingv sulla crosta sotto il Tirreno e la Calabria

Alla struttura profonda del Mediterraneo centrale e allo sprofondamento della placca africana l’Ingv ha dedicato due nuovi studi, pubblicati su Geophysical Research Letters e Journal of Geophysical Research: Solid Earth. Le ricerche non riguardano la sequenza sismica di oggi, ma descrivono il contesto geologico nel quale si colloca.

Per esplorare l’interno della Terra, dove non è possibile scendere direttamente a centinaia di chilometri di profondità, i ricercatori utilizzano le onde sismiche. Nel passaggio attraverso le rocce, queste cambiano velocità, direzione e intensità a seconda dei materiali incontrati. Una rete di stazioni sismiche consente di misurare tali variazioni e di riconoscere le superfici che separano i diversi strati terrestri.

Una di queste è la Moho, che divide la crosta dal mantello e prende il nome dal geofisico croato Mohorovičić. Sotto i continenti si trova generalmente tra 30 e 50 chilometri di profondità. Attraverso l’analisi delle onde sismiche, il gruppo dell’Ingv ha ricostruito la struttura della parte più esterna della Terra sotto l’arco calabro e il Tirreno meridionale, nell’area in cui si concentra lo sciame di queste ore.

Sotto il Tirreno la crosta oceanica ha uno spessore di 15-25 chilometri; avvicinandosi alla Calabria, lo spessore cresce fino a 62 chilometri, con un ispessimento particolarmente marcato sotto le isole Eolie. Secondo i ricercatori, questo aumento è dovuto alla sovrapposizione fra la crosta oceanica che sprofonda e quella continentale sovrastante.

La crosta, insieme a uno strato rigido di mantello, forma la litosfera. Gli studiosi hanno misurato anche questo strato di mantello, che raggiunge circa 50 chilometri sotto la placca africana e circa 30 sotto il Tirreno. Nella litosfera sono state inoltre individuate lacerazioni attraverso le quali il mantello profondo risale e interagisce con gli strati più superficiali.

Dall’astenosfera alla zona di transizione del mantello

Al di sotto della litosfera si trova l’astenosfera, costituita da rocce non rigide ma plastiche. Uno degli studi ha definito meglio il suo limite superiore, a contatto con la litosfera, e individuato quello inferiore a circa 410 chilometri di profondità, dove le onde sismiche rallentano. Conoscere entrambi i confini permette di determinare lo spessore di questo strato.

Il secondo lavoro si è concentrato su ciò che accade alla placca ionica a partire da quella profondità. A circa 410 chilometri comincia infatti una zona di transizione che si estende fino a 660 chilometri e segna il passaggio verso il mantello inferiore. Qui le rocce tornano rigide e solide e le onde sismiche accelerano; questa fascia può rallentare la discesa delle placche.

La crosta che scende viene inglobata nel mantello e riciclata, lasciando tracce nella sua composizione chimica, che non risulta omogenea. Anche la temperatura del mantello sotto il Mediterraneo centrale non è uniforme. I ricercatori hanno individuato il confine inferiore della zona di transizione a circa 660 chilometri di profondità.

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