Tumori, svolta con il vaccino mRNA contro il melanoma. Paolo Ascierto: «È iniziata una nuova era»
«I dati segnano una svolta fondamentale nella prevenzione delle recidive del melanoma, una patologia in cui evitare la ricaduta e la diffusione di metastasi rappresenta lo snodo cruciale per...
«I dati segnano una svolta fondamentale nella prevenzione delle recidive delmelanoma, una patologia in cui evitare la ricaduta e la diffusione di metastasi rappresenta lo snodo cruciale per la guarigione dei pazienti operati. Con il vaccino a mRNA entriamo ufficialmente in una nuova era dell’oncologia: non somministriamo più una cura generica, ma riprogrammiamo il sistema immunitario per cacciare e distruggere il cancro nell’impronta unica di ogni singolo paziente». Lo spiega Paolo Ascierto, membro dello steering committee internazionale dello studio, professore ordinario all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma, commentando i risultati dello studio internazionale di Fase 3 INTerpath-001 sulla combinazione tra il vaccino personalizzato a mRNA “intismeran autogene” e l'immunoterapico pembrolizumab, presentati al congresso della Società Europea di Oncologia Medica (Esmo) a Madrid e pubblicati sulla rivista “New England Journal of Medicine”.
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Secondo i risultati, «Il vaccino a mRna contro il melanoma ha un’efficacia senza precedenti su tutti i principali indicatori clinici: a due anni dal trattamento, l’82% dei pazienti affetti da melanoma cutaneo ad alto rischio operato è vivo e del tutto libero da recidiva (rispetto al 70% con la sola immunoterapia), mentre l’88,5% a 24 mesi e ben il 90% a 30 mesi non presenta metastasi a distanza. Complessivamente, la nuova terapia riduce del 42% il rischio di recidiva o morte e del 38% il rischio di metastasi a distanza rispetto al solo trattamento immunoterapico standard».
La ricerca ha visto un’imponente sperimentazione condotta su 1.137 pazienti con melanoma di stadio IIB, IIC, III e IV completamente resecato, distribuiti in 157 centri oncologici nel mondo, con l’Italia al primo posto nel mondo per numero di pazienti arruolati. Nello studio, «l’immunoterapia con pembrolizumab è stata somministrata ogni 6 settimane per 9 cicli, mentre il vaccino è stato somministrato per via intramuscolare ogni 3 settimane per un totale di 9 dosi». Il vaccino non ha infatti una funzione preventiva per le persone sane, ma è un trattamento terapeutico post-chirurgico rivolto a pazienti ad alto rischio che hanno già affrontato l’asportazione del tumore.
«Attraverso il sequenziamento genico del tessuto tumorale del singolo paziente - spiega Ascierto - l’intelligenza artificiale seleziona con precisione chirurgica fino a 34 neoantigeni più capaci di scatenare la risposta immunitaria. Si crea così un farmaco a mRNA “su misura” incapsulato in nanoparticelle lipidiche che, somministrato insieme all’immunoterapia, istruisce e attiva i linfociti T a eliminare ogni cellula tumorale residua».