Napoli, ucciso per vendetta: diciassette coltellate dopo il tentato furto nei vicoli del centro storico
Diciassette coltellate per firmare una vendetta senza appello. Di quelle che la strada riserva a chi ha commesso uno sgarro che non ammette redenzione. In un clima di paura dilagante...
Diciassette coltellate per firmare una vendetta senza appello. Di quelle che la strada riserva a chi ha commesso uno sgarro che non ammette redenzione. In un clima di paura dilagante c’è però una voce che sfida il buio e all’orecchio delle forze dell’ordine sussurra: «È stata una spedizione punitiva. L’hanno bloccato in due, mentre un terzo uomo lo pugnalava alla schiena». Eccola la fotografia plastica dell’ultima notte di sangue e terrore nel centro antico di Napoli. Sul basolato di via San Giovanni in Porta, angusta perpendicolare che interseca la strada dell’Anticaglia, c’è il corpo straziato di Marco Barbuto, quarantotto anni e un curriculum criminale costellato di precedenti per reati contro il patrimonio. Con il cadavere ancora coperto dal telo, le indagini imboccano subito una traiettoria netta. Una pista supportata da tre elementi che lasciano pochi margini di manovra al dubbio: la presenza sulla scena di uno scooter - di proprietà della vittima - con targa alterata, i guanti in lattice indossati e uno scaldacollo trovato qualche metro più in là. Barbuto ha provato a colpire le persone “sbagliate”. Gente che non ha esitato a presentargli un conto salatissimo.
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La vendetta
L’allarme rosso scatta dieci minuti dopo la mezzanotte di ieri. È a quell’ora che le prime volanti dell’Upg escono a sirene spiegate dalla caserma “Virgilio Raniero”. Qualcuno ha appena segnalato una rissa furibonda tra i vicoli del centro. Scenario ottimistico rispetto a quello con cui, pochi minuti più tardi, gli uomini delle Volanti si ritroveranno a fare i conti. Decumano superiore, quello - per intenderci - ancora lontano dai flussi turistici e dal boom commerciale di via dei Tribunali: un lato oscuro della stessa medaglia. È qui che, nel tratto iniziale di via San Giovanni in Porta, gli agenti trovano Marco Barbuto riverso in una pozza di sangue. Le sue condizioni sono disperate, per lui non c’è alcuna possibilità di scampo. Vano anche l’intervento del 118. Blindata la scena, si precipitano sul posto i poliziotti della Squadra mobile e del commissariato Decumani, titolari dell’indagine chiamata a dare, in tempi più stretti possibile, un volto ai responsabili dell’omicidio del quarantottenne pregiudicato. L’iter investigativo resta però al momento in salita. Finestre sbarrate, portoni chiusi e un silenzio spettrale. È questo, infatti, il contesto che gli uomini della polizia di Stato hanno affrontato mentre a terra c’era ancora il corpo, ormai esanime, del bandito. Bocche cucite e, soprattutto, nessuna telecamera di videosorveglianza a presidiare quel vicolo stretto e oscuro. Eppure c’è un testimone che con forza e coraggio, già nelle fasi immediatamente successive al delitto, ha trovato lo slancio necessario ad avvicinarsi agli investigatori. L’uomo, pur senza fornire indicazioni sull’identikit dei responsabili, ha descritto con precisione la dinamica dell’omicidio. Quello che ne è venuto fuori è stato il ritratto di una vera e propria spedizione punitiva.
Le ipotesi
Tre uomini contro uno, dunque. Due a bloccare le braccia e il terzo a colpire a ripetizione, per ben diciassette volte. Una furia cieca, un accanimento spietato alle spalle della vittima che non ha avuto neppure il tempo di reagire o guardare in faccia il suo boia. Un’esecuzione feroce, d’impeto ma chirurgica. È questa la principale, e fin qui unica, ipotesi sul tavolo degli inquirenti. L’inchiesta coordinata dal pm Claudio Siragusa, sostituto in forza al pool Sicurezza urbana dellaProcura di Napoli, punta ora a dare un volto a quelle tre sagome protette dalle tenebre. Pochi dubbi anche sul movente del delitto: “incidente sul lavoro”. Barbuto, stando a una prima e ancora provvisoria ricostruzione, sarebbe stato inseguito, pestato a sangue e poi accoltellato a morte dopo aver tentato un furto. Al momento non è chiaro però se abbia provato a fare irruzione in un appartamento, forse un “basso”, oppure tentato una rapina. Di certo ha incontrato sulla sua strada qualcuno più scafato di lui. Tra i muri alti del ventre molle di Napoli resta solo l’eco di una notte di sangue e un messaggio netto, scritto con la lama da chi ha deciso di applicare la legge sommaria della strada.