Napoli, i legami con il clan Savarese e un passato da rapina-rolex per il ?pendolare? del crimine
Il Mattino

Napoli, i legami con il clan Savarese e un passato da rapina-rolex per il ?pendolare? del crimine

Mercoledì 28 ottobre 2026
4 visualizzazioni

Quarantotto anni vissuti sul filo del rasoio, tra i vicoli del centro antico e le trasferte a cinque zeri lungo le coste tirreniche per ripulire i polsi dei turisti facoltosi. C?è un...

Quarantotto anni vissuti sul filo del rasoio, tra i vicoli del centro antico e le trasferte a cinque zeri lungo le coste tirreniche per ripulire i polsi dei turisti facoltosi. C’è un profilo criminale ben preciso, scolpito nei fascicoli delle forze di polizia e negli archivi dei palazzi di giustizia, dietro il corpo straziato di Marco Barbuto, l’uomo massacrato con diciassette coltellate nel dedalo di stradine che abbraccia l’Anticaglia, a due passi da via Duomo.

APPROFONDIMENTI Aeroporto di Capodichino verso lo stop, otto autobus per Salerno: «Così limitiamo i disagi»SalvaSalvata La Regione Campania prepara un nuovo provvedimento: «Sarno, una legge contro le aziende che inquinano»SalvaSalvata

Negli ambienti investigativi il quarantottenne non era affatto un volto anonimo. Anzi, veniva considerato uno “specialista” dei reati contro il patrimonio e delle rapine seriali. Un soggetto scaltro e di lungo corso, capace di muoversi agilmente tra furti con destrezza, colpi a mano armata e incursioni nei territori controllati dai clan. Sullo sfondo, una rete di contatti che porta dritto agli ambienti del clan Savarese.

Specialista dei raid

Un curriculum criminale carico di ombre, il suo, che già nel febbraio del 2018 lo aveva visto finire al centro di una complessa e articolata inchiesta condotta dai carabinieri sull’asse Campania-Versilia. In quell’occasione, Barbuto era stato identificato e tratto in arresto perché ritenuto parte integrante di una spregiudicata batteria di “pendolari del crimine”. Il modus operandi del gruppo di trasfertisti era tanto semplice quanto redditizio. I malviventi partivano da Napoli per raggiungere le mete turistiche più in vista della Toscana, da Viareggio a Forte dei Marmi, soggiornando in strutture ricettive defilate rispetto ai luoghi dei raid, per poi colpire con rapidità e fare ritorno in città con il bottino. Nel mirino erano finiti magnati stranieri e professionisti a cui erano stati sfilati con destrezza orologi Rolex dall’elevato valore commerciale.

Omicidio nel centro di Napoli: un uomo ucciso a coltellate. L'ipotesi al vaglio: una rapina finita male

Un’abilità tecnica nei colpi fulminei, maturata in anni di malavita di strada, che in sede giudiziaria era costata a Barbuto una condanna in primo grado nel processo con rito abbreviato nato da quella retata. Ma a pesare come un macigno nella biografia criminale del quarantottenne ucciso martedì notte non ci sono soltanto i raid predatori consumati fuori regione.

Legami a rischio

Nelle ore successive al delitto dei Decumani, gli investigatori della Mobile e del commissariato di zona hanno subito iniziato a scavare a fondo nelle frequentazioni di Barbuto, riannodando i fili di legami pericolosi che affondano le radici nel sottobosco della malavita del centro storico. Dalle carte processuali emerge così la vicinanza della vittima agli ambienti del clan Savarese, la cosca storicamente egemone tra il rione Sanità e la zona di Porta San Gennaro. Un quadrante urbano che, non a caso, confina proprio con quell’area del centro antico e dell’Anticaglia dove Barbuto è stato intercettato e trucidato. Negli archivi dei tribunali, del resto, il nome di Marco Barbuto figurava, nero su bianco, insieme a quelli di alcuni rampolli della famiglia camorristica. Tra questi, il nipote diretto del capoclan Salvatore Savarese, con il quale Barbuto era stato imputato in vicende giudiziarie legate, anche in quel frangente, a blitz e reati predatori consumati nei quartieri centrali della città. Un legame profondo, dunque, con le dinamiche e i personaggi del sottobosco criminale napoletano e che adesso si intreccia in modo drammatico con gli ultimi istanti di vita del quarantottenne. L’ipotesi investigativa principale resta quella della rapina andata male. Una pista supportata dalla mossa di proteggere le mani indossando dei guanti in lattice, portare uno scaldacollo e guidare un motorino con targa alterata. Entrare in azione in un territorio che scotta, a due passi dai fortini dei clan, gli è costato però un conto salatissimo. All’orizzonte un dubbio atroce. Gli inquirenti non escludono che Barbuto possa essere stato ammazzato con la stessa lama che, un istante prima, aveva puntato contro i target “sbagliati”.

Condividi questo articolo