L?intervista a Pierpaolo Bruni: «Instaurare dialogo con i giovani, servono modelli positivi»
Il Mattino

L?intervista a Pierpaolo Bruni: «Instaurare dialogo con i giovani, servono modelli positivi»

Mercoledì 28 ottobre 2026
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Procuratore, le cronache registrano con frequenza episodi di microcriminalità e scontri tra giovanissimi nelle piazze. «Il fenomeno merita la massima attenzione. Tuttavia, si...

Procuratore, le cronache registrano con frequenza episodi di microcriminalità e scontri tra giovanissimi nelle piazze.

«Il fenomeno merita la massima attenzione. Tuttavia, si tratta di fenomeni distinti poiché un conto è la microcriminalità, altra è la protesta dei giovani nelle piazze. Inoltre, nell'ambito delle forme di protesta vanno tenuti ulteriormente e nettamente distinti i comportamenti violenti, talora predatori di frange che commettono reati, dalla legittima e pacifica manifestazione di protesta dei giovani, anche perché sono proprio questi ultimi che condannano con fermezza le condotte violente dei primi. In ogni caso credo sia doveroso instaurare un dialogo costruttivo con i giovani, ascoltare le loro esigenze e capire quali siano le ragioni che li spingono a comportamenti violenti e creare proficui canali di comunicazione».

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Spesso motivi futili diventano causa di conflitto e violenza.

«È proprio questa sproporzione uno degli aspetti più allarmanti. Un diverbio, uno sguardo interpretato come una provocazione, un messaggio sui social o un’offesa possono diventare il pretesto per una reazione del tutto sproporzionata».

Ritiene che gli attuali strumenti normativi in mano a Procure e Forze dell’Ordine siano sufficienti a contenere il fenomeno o mancano tasselli sul piano legislativo?

«L’ordinamento mette a disposizione strumenti certamente efficaci. La giustizia penale è indispensabile, ma non può sostituirsi alla scuola, alla famiglia, ai servizi sociali e alle Istituzioni e soprattutto all’ascolto dei giovani, ad una seria valutazione e presa in carico delle loro richieste. Ai giovani bisogna chiedere quali siano le loro esigenze, i loro desideri, le loro aspirazioni e soprattutto bisogna rimuovere tutte quelle situazioni che costituiscono un ostacolo alla realizzazione dei loro obiettivi».

La risposta giudiziaria interviene quando il reato è già stato commesso. Quali crepe riscontra maggiormente nel tessuto sociale?

«Il problema è molto serio e bisogna rifuggire da analisi semplicistiche e sbrigative. Un ruolo fondamentale riveste la famiglia perché - mi piace prendere in prestito una frase non mia, ma sicuramente calzante - essa è la sfera della eticità immediata dove il giovane impara il bene ed il male e capisce come distinguere l’uno dall’altro. Pertanto, è necessario che i genitori siano concretamente presenti nella vita dei figli, stabiliscano regole e limiti e soprattutto li educhino attraverso l'esempio, avendo ben chiaro che essere genitori non significa essere amici dei figli, rinunciando alla propria responsabilità educativa. I genitori devono mantenere sempre una differenza di ruolo poiché i figli hanno bisogno di adulti capaci di assumersi responsabilità, stabilire confini e offrire orientamento. Ruolo altrettanto fondamentale riveste la scuola, perché insegnare non significa semplicemente trasmettere nozioni, informazioni o contenuti da imparare a memoria, o valorizzare esclusivamente i voti, i programmi e i risultati, trascurando la dimensione umana ed emotiva dell'apprendimento. Il vero insegnamento consiste nel suscitare negli studenti il desiderio di conoscere aiutandoli a sviluppare curiosità, autonomia di pensiero e passione per il sapere».

Cosa deve fare l’insegnante?

«L’insegnante dovrebbe essere capace di trasmettere entusiasmo e lasciare un segno nella vita degli alunni attraverso la propria passione, facendo scoprire agli studenti il valore della conoscenza e aiutarli a trovare la propria strada anche instaurando una relazione con l'alunno basata sull'autorevolezza, sul rispetto e sulla fiducia. Una lezione diventa significativa quando riesce ad accendere nell'alunno il desiderio di imparare e di scoprire qualcosa di nuovo cosicché l'insegnante diventi un punto di riferimento importante capace di influenzare positivamente il percorso di vita di un giovane».

Che ruolo hanno i mass media?

«Non trascurabile. Soffermandosi, giustamente, sugli episodi di violenza e di disagio giovanile, danno però poco spazio alle centinaia di comportamenti virtuosi di migliaia di giovani che grazie al loro impegno, alla loro preparazione e ai loro sacrifici costituiscono motivo di orgoglio per tutto il Paese. Bisognerebbe dare maggiore visibilità a questi giovani, così da farli diventare modelli da seguire e nello stesso tempo anticorpi rispetto a modelli violenti».

Lei ha una lunghissima esperienza nel contrasto alle mafie in Calabria e in Campania. Quanto incide, secondo lei, il “modello culturale” e l’estetica criminale veicolata dai social?

«Francamente non credo che i modelli culturali o l'estetica criminale veicolata dai social costituiscano la causa prima della devianza giovanile e dalla violenza che ne costituisce, talora, l'effetto. Sicuramente allorché la famiglia, la scuola, le stesse Istituzioni falliscano quelli che sono i loro compiti, il giovane non è in grado produrre gli anticorpi necessari per neutralizzare modelli culturali ed estetiche criminali deviate. Viceversa, quando la famiglia, la scuola e le Istituzioni adempiano correttamente ai propri compiti educativi e quando venga data adeguata visibilità a comportamenti giovanili virtuosi, l’adolescente ben saprà discernere la bontà o meno di un modello culturale da seguire».

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