Poliziotto eroe ucciso, pena lieve in appello: «Perché tanti sconti?»
Il Mattino

Poliziotto eroe ucciso, pena lieve in appello: «Perché tanti sconti?»

Mercoledì 18 febbraio 2026
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Un pentimento a metà e un cold case destinato a rimanere tale ancora a lungo. Le nuove tecniche investigative, a distanza di quasi quarant?anni, l?avevano messo...

Un pentimento a metà e un cold case destinato a rimanere tale ancora a lungo. Le nuove tecniche investigative, a distanza di quasi quarant’anni, l’avevano messo all’angolo. O meglio, sulla scena del crimine, individuandolo come uno dei rapinatori responsabili dell’omicidio del sovrintendente della polizia di Stato, Domenico Attianese. Salvatore Allard aveva così deciso di gettare la maschera. Nel pieno dell’estate del 2024, in un lungo memoriale aveva messo nero su bianco le proprie responsabilità: «Se potessi tornare indietro nel tempo farei di tutto per fermare quell’uomo», scriveva riferendosi a se stesso.

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Tra quelle righe, però, non c’era alcuna traccia del nome del terzo uomo della banda. Il secondo, Giovanni Rendina, era invece già stato arrestato insieme a lui. Un’“omissione” per la quale il gip De Lellis aveva deciso di infliggergli trent’anni di carcere. Una condanna spazzata via dal verdetto pronunciato ieri mattina dalla quarta sezione della Corte di assise di appello di Napoli che, riconoscendo stavolta le attenuanti generiche, ha rideterminato la pena in ventidue anni di reclusione. Uno smacco per i familiari di Domenico Attianese, il poliziotto eroe ucciso con un colpo di pistola alla testa il 4 dicembre 1986 dopo aver provato a sventare la rapina che era in corso all’interno della gioielleria “Romanelli” di Pianura.

Le reazioni 

A commentare la decisione dei giudici di appello è Carla Attianese, una delle due figlie del sovrintendente, che da un lato ha espresso soddisfazione «per la conferma della sentenza di colpevolezza, peraltro di un reo confesso». La donna, assistita dall’avvocato Gianmario Siani, che rappresenta anche la sorella e la vedova Attianese, non ha però nascosto un certo disappunto per la condotta processuale di Allard, assente tra l’altro all’udienza: «Resta l’amaro in bocca per la decisione di concedere le attenuanti generiche che hanno ridotto la pena di un terzo, dopo che già il ricorso al rito abbreviato aveva escluso la possibilità dell’ergastolo.

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Pur nel pieno rispetto e nella piena fiducia nel lavoro dei giudici, ci sono delle domande che restano ancora senza risposta. Se l’imputato si è redento, come afferma, perché non fa il nome del terzo uomo che ha partecipato alla rapina?». «E perché - si interroga ancora la Attianese - l’atto di contrizione è arrivato a quasi quarant’anni di distanza dall’accaduto, solo dopo che i nuovi sistemi di indagine l’hanno incontrovertibilmente individuato grazie alle impronte digitali? Adesso la speranza è che quel che resta della pena sia reso effettivo e che questa persona sconti almeno qualche giorno di carcere. Perché per noi familiari, purtroppo, non esiste nessuna attenuante generica», conclude la figlia del poliziotto.

Il personaggio

Allard, difeso dall’avvocato Domenico Dello Iacono, già nel 2017, dopo aver scontato anticipatamente un cumulo di pene a trent’anni per una lunga serie di rapine a mano armata, era ritornato libero. Poi, nel febbraio del 2024, il nuovo arresto, insieme a Rendina, per l’omicidio dell’agente Attianese. Il complice, imputato in un altro filone processuale, poche settimane fa si era già visto confermare la condanna a trent’anni di carcere. Per Allard l’iter giudiziario ha avuto invece un epilogo ben diverso e l’ipotesi - paventata dai familiari del sovrintendente - che tra qualche anno possa nuovamente tornare in libertà è effettivamente tutt’altro che remota. Sullo sfondo una vicenda tragica e ancora oggi inaccettabile.

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Il 4 dicembre 1986 i rapinatori avevano fatto irruzione nella gioielleria Romanelli, nel quartiere Pianura, e, dopo aver bloccato i titolari sotto la minaccia delle armi, avevano iniziato il saccheggio dei preziosi. Mentre il raid era ancora in corso, giunse davanti il negozio una delle due figlie della vittima, all’epoca appena quattordicenne. Chiamò il padre che in quel momento si trovava a casa, poco distante dalla gioielleria. Domenico Attianese non ebbe un solo istante di esitazione. Si precipitò sulla scena, ma, dopo una violenta colluttazione con i banditi, fu disarmato e ferito mortalmente con un colpo d’arma da fuoco alla testa. L’omicidio era già stato oggetto di un primo procedimento penale, definito nel 1996, ma nel quale tutti gli imputati furono assolti. Adesso le condanne di Allard e Rendina sono a un passo dal diventare definitive. All’appello manca però ancora il terzo uomo del commando.

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