Moda, addio a Rubinacci, il suo stile incantò i reali
Napoli perde uno dei suoi ambasciatori più raffinati. Si è spento a 83 anni Mariano Rubinacci, erede e custode di una tradizione sartoriale che partendo da via Filangieri...
Napoli perde uno dei suoi ambasciatori più raffinati. Si è spento a 83 anni Mariano Rubinacci, erede e custode di una tradizione sartoriale che partendo da via Filangieri ha insegnato, ben oltre i confini italiani, che cosa vuol dire vestire con naturalezza, leggerezza e stile. A raccontare usi e costumi meglio di chiunque altro è stato Raffaele La Capria, quando scriveva che a Napoli l’amore “per ciò che lo sguardo afferra” è segno di civiltà. E Mariano Rubinacci quello “sguardo che afferra” lo ha trasformato in uno stile unico e riconoscibile: giacche sfoderate, spalle morbide, maniche “a mappina”, abiti che non costringono il corpo ma lo accompagnano. “La mia - diceva - è una sartoria della sottrazione dove la leggerezza è frutto di studio, disciplina e tempo”.
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IL MITO
La storia comincia negli anni Trenta con Gennaro Rubinacci, per tutti Bebè: ufficiale di cavalleria, raffinato e ricercato, con una insolita predilezione per le porcellane di Capodimonte. È Bebè a fondare nel 1932 “London House” e a inventare, con largo anticipo sui tempi, la figura del “consulente di eleganza”, intermediario tra sarto e cliente. Nei registri della sua sartoria compaiono nomi che sono già storia d’Italia: Vittorio De Sica, Curzio Malaparte, il principe Umberto di Savoia, Eduardo De Filippo. A ciascuno il mitico Bebè non offriva solo abiti, ma un’idea precisa di stile come “specchio della personalità”. Nei suoi archivi figurano codici di tessuti scelti con cura maniacale: il cachemire per il cappotto di Umberto di Savoia, la seta per le cravatte di De Sica, un pied de poule grigio e nero per il grande Eduardo.
Ma la storia è ancora lunga. Quando Gennaro muore improvvisamente nel 1961, suo figlio Mariano è poco più di un ragazzo. Si ritrova a guidare la maison in un’epoca difficile, segnata dall’avanzata del prêt à porter e dall’inesorabile declino di molte botteghe artigiane. È allora che dimostra visione e coraggio: difende, ma nello stesso tempo rinnova, la migliore tradizione sartoriale napoletana. Il suo percorso s’incrocia con quello di Giorgio Armani, conosciuto giovanissimo nell’azienda di Nino Cerruti. Due sensibilità affini, unite dall’amore per una sobrietà destinata a diventare linguaggio globale. Mariano ricordava Armani arrivare a bordo di una Porsche gialla, scegliere i tessuti con competenza assoluta e andare subito via: «Stessa attitudine - amava dire - anche se lui ha saputo venderla meglio di noi», scherzava spesso, con un’ironia che non attenuava la lucidità del giudizio.
LO STILE
Con Mariano, Rubinacci si consolida un primato che Napoli rivendica con orgoglio: l’invenzione della giacca destrutturata. Vale a dire “svuotata”, alleggerita, nata togliendo anziché aggiungere. «La giacca napoletana è l’elogio dell’imperfezione», diceva non senza soddisfazione.
Ma è negli anni Settanta che arriva la svolta del “light weight”, ovvero: tessuti impalpabili, super leggeri e capi realizzati con pesi in quegli anni considerati impossibili. L’incontro con il sarto Vincenzo Panico poi fa il resto: gabardine finissima e blazer leggerissimi per una nuova giovinezza dell’abito su misura che incanta il jet set. Intorno a lui si stringe un universo internazionale di clienti e amici. Il banchiere Jacob Rothschild, che dichiarava una vera e propria “dipendenza” dalle sue giacche e in segno di riconoscenza firmò anche la prefazione del volume “Rubinacci and the Story of Neapolitan Tailoring”. Il musicista Bryan Ferry, affascinato da abiti così leggeri “da sembrare di non averli addosso”. Memorabile poi la presentazione del libro all’ambasciata italiana di Grosvenor Square, a Londra, con il bel mondo britannico riunito attorno a una sartoria napoletana diventata ormai patrimonio internazionale.
IL SUCCESSO
Con l’apertura della boutique di Mount Street, nel cuore di Mayfair, Mariano porta Rubinacci a Londra senza mai recidere il legame con Napoli, anzi trasformandolo in valore identitario. Accanto a lui, la famiglia: la moglie Barbara, i figli Alessandra, Marcella, Luca e Chiara, chiamati a custodire un’eredità che è insieme artigianale e culturale. Ma Mariano coltivava anche un grande sogno: un museo della sartoria napoletana, per raccontare alle nuove generazioni una storia fatta di mani, di tempo, e di talento. Con la sua scomparsa se ne va un pezzo importante del Novecento napoletano, ma resta la sua lezione. Mariano Rubinacci non ha solo vestito generazioni di uomini illustri, ha raccontato Napoli attraverso il tessuto, il taglio, la professionalità. Un’eleganza senza clamore, fatta di misura, cultura e umanità, che oggi la città saluta con gratitudine e orgoglio.