Ariano Irpino, Maria Lucia a 20 anni dal trapianto: «Ringrazio ogni giorno il donatore»
Era il 2006 quando alle tre di notte arrivò la telefonata: c'era un rene compatibile. Maria Lucia Giardino all'epoca aveva solo 17 anni, una giovane dializzata salvata dopo essere...
Era il 2006 quando alle tre di notte arrivò la telefonata: c'era un rene compatibile. Maria Lucia Giardino all'epoca aveva solo 17 anni, una giovane dializzata salvata dopo essere arrivata al pronto soccorso dell'ospedale di Ariano in condizioni critiche e rimasta in cura per circa un anno presso l'Unità di Nefrologia e Dialisi, in lista d'attesa pediatrica vista l'età.
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Poi la corsa a Roma, le rassicurazioni del dottor Luca Dello Strologo del Bambin Gesù, l'intervento di trapianto durato 10 ore, un lungo mese di degenza ed infine il ritorno a casa. Oggi Lucia, a 20 anni dal suo trapianto, conduce una vita pressoché normale, lavora, fa sport, si è sposata ed è molto attiva nel campo dell'associazionismo e sui social per diffondere la cultura della donazione degli organi. In questi giorni sta seguendo con particolare patema d'animo la vicenda del bambino trapiantato con un cuore danneggiato a Napoli.
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«C'è chi non ha avuto la mia stessa fortuna - afferma Lucia - c'è chi la vita l'ha persa ma ne ha salvate altre, io ringrazio la vita nel bene e nel male. Tutti i giorni il mio pensiero va ad Eugenio, il 13enne di Ferrara morto in un incidente stradale grazie al quale io ed altre 4 persone abbiamo ritrovato la vita. Per molto tempo ho vissuto il mio trapianto con un senso di colpa, pensavo al fatto che stavo vivendo grazie alla morte di un'altra persona. Poi sono entrata in contatto con il papà di Eugenio e lui mi ha aiutata a superare, il suo sentimento di speranza nel sapere che un po' del Dna di suo figlio rivive in me, mi ha dato forza. Spesso ci sentiamo al telefono». Una vita tutto sommato normale quella di un trapiantato ma con le dovute accortezze: «Il primo anno è stato piuttosto duro racconta Lucia - ho avuto, per diverse volte, il rischio rigetto, sono stata spesso in ospedale, ho perso l'anno scolastico.
Poi il mio organismo ha accettato il nuovo rene, ho recuperato gli studi, mi sono diplomata, ho ripreso ad uscire con le amiche, ho iniziato a lavorare, mi sono fidanzata, insomma una vita normale, dovevo solo assumere con metodicità i farmaci antirigetto ed andare a controllo ogni mese, cose che faccio tuttora. Vengo seguita al Vanvitelli di Napoli dal dottore Carlo Garofalo che è un angelo. Sono stata anche una maratoneta poi ho dovuto interrompere a causa degli effetti collaterali dei medicinali. Oggi vivo con una discreta serenità anche se ogni tanto il pensiero che il rene possa abbandonarmi ci sta». Una serenità conquistata anche grazie al confronto costante con altre persone che hanno ricevuto un organo: «Faccio parte dell'Aned: ogni anno trapiantati e dializzati si riuniscono per fare sport tutti insieme e quindi ho partecipato ai giochi nazionali, ho viaggiato, ma soprattutto mi sono interfacciata con persone che vivono le mie stesse esperienze, sensazioni e ci sosteniamo a vicenda».
Da questo confronto è nato in Lucia anche il desiderio di sostenere i giovani che vivono la dialisi, che sono in attesa di un trapianto o che sono stati trapiantati ma anche di sensibilizzare alla donazione: «Mi sforzo di superare la mia timidezza e utilizzando i social (@ilbauledilu) cerco, attraverso la mia esperienza, di dare loro un supporto morale, una parola di conforto, un consiglio, di creare contatti; spesso i ragazzi hanno paura di parlarne, vivono la malattia come un tabù. Io cerco di farli aprire per condividere e creare una catena di aiuto. E poi, quello che dico sempre quando mi invitano a qualche iniziativa per una testimonianza è che se io oggi sono qui a parlarne è perché ci sono stati dei genitori che in un momento di profondo dolore e sconforto per la perdita di un figlio hanno trovato la forza di donare i suoi organi. Dunque, di trapianti bisogna parlare. Bisogna dire che grazie alla donazione si torna a vivere».