Trapianto fallito al Monaldi, intervista Eugenio Gragnano: «Troppi passaggi delicati che andavano affrontati seguendo tutti i protocolli»
«La drammatica vicenda del piccolo Domenico rimanda a una grande questione che riguarda, in contesti chirurgici così complessi e articolati, non solo le buone pratiche chirurgiche ma...
«La drammatica vicenda del piccolo Domenico rimanda a una grande questione che riguarda, in contesti chirurgici così complessi e articolati, non solo le buone pratiche chirurgiche ma soprattutto protocolli e linee guida nazionali, e un sistema organizzativo, nazionale, regionale e aziendale, non orientato alla formazione continua all’interno delle reti. Un trapianto non si esaurisce nell'espianto e nell’impianto ma in una serie di passaggi delicatissimi come emerso in questo caso unico nel suo genere, che però rientra negli eventi avversi e che dunque devono prevedere sempre un piano B». Così Eugenio Gragnano, chirurgo, segretario aziendale del Cardarelli dell’Anaao Assomed, il principale sindacato della dirigenza medica.
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Si riferisce ai contenitori, moderni e tecnologici, non utilizzati nel trasporto del cuore in quanto il personale preposto, come emerso dagli audit, non era formato?
«A questo aspetto ma anche alla fornitura di ghiaccio secco da chi evidentemente non sapeva che non era adeguato. I protocolli sono nazionali e adottati a cascata in tutti i centri trapianti, dalle regioni e dalle singole aziende. Per il trapianto di cuore, le ultime linee guida risalivano, con un aggiornamento, al 2015 e solo nell’agosto scorso sono state ulteriormente implementate con un documento pubblicato in Gazzetta ufficiale e poi passate al vaglio della Conferenza Stato Regioni a settembre, dando sei mesi di tempo alle Regioni per attuarle».
C’è però la prassi che i gruppi trapiantologici consolidano con l’esperienza.
«Appunto, l’esperienza dipende anche dal numero di procedure che vengono eseguite ogni anno. In altri Paesi europei ci sono uno o due centri trapianti di riferimento nazionale, soprattutto per i bambini in cui il reperimento degli organi è sporadico. Mentre noi abbiamo assistito negli anni - quando il centro trapianti pediatrico del Monaldi aveva sospeso le procedure assicurando solo l’assistenza pre e post trapianto per poi mandare i piccoli pazienti a Roma al Bambino Gesù - a grandi tensioni, a richieste di riattivazione plateali e talvolta improprie in un settore che non deve rispondere alla spinta emozionale ma a ragionamenti statistici e tecnici».
Il centro trapianti pediatrico del Monaldi però è stato per anni una eccellenza nazionale, in quell’ospedale c’è una grande tradizione cardiochirurgica e trapiantologica avviata da un pioniere come Maurizio Cotrufo e il suo allievo Carlo Vosa.
«Certo va difesa quella scuola ma ora rischia di dissolversi sotto il peso di una vicenda così drammatica in cui non ci sono solo colpe ed errori da verificare e sanzionare ma anche alcune cosa da comprendere. Un “cigno nero” per la sanità campana che rischia di creare una frattura di diffidenza rispetto ad una realtà assistenziale che esprime altissima professionalità che non va dispersa al netto della individuazione di colpe ed errori».
Cosa occorre fare dunque?
«Prendere atto che i tempi possono cambiare: il professor Vosa lasciò quell’ospedale molti anni fa e il suo gruppo lo ha progressivamente seguito o si è ritirato per limiti di età. Quanto costruito negli anni per la cardiochirurgia pediatrica partiva innanzitutto da una grande squadra trapianti per gli adulti coesa e rispettosa dei ruoli che Cotrufo sapeva far rispettare. Poi, quasi per gemmazione, Vosa diede vita a una realtà parallela fatta anche di tanti interventi a bambini delle parti povere del mondo. Slancio che cristallizzò negli anni quella realtà di eccellenza».
Oggi cosa resta di quella stagione?
«Probabilmente al Monaldi ci sono ancora grandi individualità ma anche Maradona falliva senza una squadra, che va costruita e coltivata nel tempo».
E quindi?
«Quindi i protocolli dovrebbero guidare questi processi su scala nazionale e regionale, subire aggiornamenti continui da condividere in maniera non burocratica con audit delle strutture pilota in cui anche le regioni sappiano fare squadra in base alle evidenze scientifiche ed all’uso di nuove tecnologie. C’è poi il nodo del personale: è sufficiente oggi a supportare una attesa h24 per 365 giorni l’anno? Questo evento è accaduto alla vigilia di Natale, quando le carenze di personale e le reperibilità le acuiscono».
Ora è il momento del dolore.
«Sì, la decisione dei super esperti che considerano non più trapiantatile il bimbo si traduce in una condanna a morte per Domenico. Ciò pone anche un problema etico forse mai affrontato prima».