Don Mimmo Battaglia: «Grazie Papa Leone, la tua visita a Napoli messaggio di pace»
Don Mimmo Battaglia, la città accoglierà papa Leone l?8 maggio, nel giorno dell?anniversario dell?elezione. Nel ringraziamento che ha inviato al Pontefice lei ha...
Don Mimmo Battaglia, la città accoglierà papa Leone l’8 maggio, nel giorno dell’anniversario dell’elezione. Nel ringraziamento che ha inviato al Pontefice lei ha scritto che “Napoli aspettava”. Che cosa?
«Credo che l’attesa sia una cifra del nostro popolo. Come un perenne avvento. Napoli aspetta: qualcuno che la guardi davvero. Con uno sguardo capace di tenere insieme la bellezza e la ferita, la vitalità e il grido, le lacrime e i sorrisi. Leone XIV viene da anni di vita concreta, di frontiera, di margine, di missione. Sa cos’è la fatica della gente. E sa quanto il Vangelo può risplendere a questa fatica, rinfrancando i cuori e illuminando le menti. Napoli aspetta proprio questo: una parola che rinfranchi, incoraggi, orienti, verso un futuro diverso possibile».
APPROFONDIMENTI Leone XIV inizia il tour per l'Italia, il 22 agosto è al Meeting e intanto si chiude la fase diocesana della beatificazione di don GiussaniPapa Leone a Napoli, la visita un investimento sul futuroIl Papa a Napoli, il Cardinale Battaglia: «Questa città ha bisogno della sua pace»
Lei ha parlato anche di un Papa che non viene “a visitare” Napoli, ma ad “abitarla, anche solo per qualche ora”. Qual è la differenza?
«Visitare è passare. Abitare è restare, anche solo per un tempo breve, con il cuore. Si può attraversare una città restando fuori. Abitarla, invece, significa lasciarsi toccare. Il Papa non verrà da ospite, ma da padre e fratello di una comunità che ogni giorno cerca di seguire il Signore e servire l’umanità. Condividerà con noi un pezzo di strada. Abitando la nostra casa e assumendo il peso e la bellezza del nostro popolo, anche solo per qualche ora».
La prima tappa sarà la Cattedrale per l’incontro con il clero e i religiosi. C’è un messaggio che la Chiesa napoletana consegnerà al Papa?
«Più che un messaggio, consegneremo ciò che siamo. Le nostre storie, le nostre fatiche, la bellezza e la difficoltà di essere preti e consacrati in un tempo di mutamenti repentini. Sarà un incontro di volti: i volti dei nostri presbiteri che lavorano in silenzio, che accompagnano famiglie in difficoltà, che stanno accanto ai giovani quando rischiano di perdersi, che si fanno presenza nei quartieri dove è più difficile restare. E insieme a loro i consacrati e le consacrate che, con carismi diversi, animano percorsi di carità, di educazione, di ascolto, di promozione umana, spesso senza rumore ma con una fedeltà quotidiana che costruisce futuro. Questi volti diranno al Papa che qui la fede non è un’abitudine ma una lotta quotidiana per restare umani. E per restare fedeli al Vangelo, nella cui strada gli chiederemo di confermarci».
Dopo il confronto con i sacerdoti, bagno di folla al Plebiscito. Lei ha richiamato la continuità con le visite di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco. Che cosa accomuna i tre pontefici a Papa Leone?
«Lo sguardo, ognuno con il proprio stile. Giovanni Paolo II venne con la forza del profeta. Benedetto con la profondità del maestro. Francesco con la tenerezza della sua semplicità e la forza della sua franchezza evangelica. Leone XIV, qui a Napoli, città del Mediterraneo, il suo messaggio di pace disarmata e disarmante, pace di cui questa terra ha bisogno, e che questo mare e il popolo che vi si affacciano domandano ogni giorno».
Il 23 maggio il Santo Padre sarà ad Acerra, alla vigilia dell’anniversario della “Laudato si’”. In una terra segnata da ferite ambientali e sociali qual è il valore di quell’Enciclica a undici anni dalla sua pubblicazione?
«Basta guardare certe aree della nostra regione per capire che non abbiamo imparato abbastanza. In un territorio sfregiato come quello di Acerra, che assume un valore simbolico, quello di ogni terra ferita della nostra Campania, le parole della “Laudato si’” non rappresentano un ecologismo astratto ma una teologia del sangue e della terra. Ricordandoci che lo scempio dell’ambiente è lo scempio dell’uomo. Ogni bambino che si ammala per l’inquinamento è un’accusa che non possiamo archiviare. È tempo di smettere di calpestare il giardino di Dio per trasformarlo in una discarica di egoismi, di rapinare il futuro per alimentare un presente di sprechi».
Il Pontefice verrà come “missionario”, lo ha detto lei. Che cosa intendeva? Che Napoli rappresenta una terra di “missione”?
«Quando dico “missionario” non penso a una categoria ma a una dimensione di ogni discepolo, di ogni pastore. Una dimensione non opzionale. Il Vangelo si è diffuso nel mondo attraverso voci libere e disponibili allo Spirito, e piedi che non hanno mai smesso di camminare, come quelli di Paolo, di Pietro. La cui predicazione ha gettato il seme della fede nella nostra terra partenopea. In Papa Leone questa dimensione missionaria è ancora più evidente, perché iscritta nella sua storia, di religioso agostiniano, di vescovo in America a Latina. E a questa sua storia si aggiungerà anche Napoli e ne siamo felici».
Nella sua riflessione ha parlato di lavoro che manca, divari sociali e criminalità organizzata. Che cosa può fare - e che cosa non può fare - la Chiesa di Napoli per garantire il futuro dei giovani?
«C’è una domanda nel libro di Isaia che continua a risuonarmi dentro: Sentinella, quanto resta della notte? È la domanda di chi aspetta l’alba senza la certezza di vederla. Ecco cosa fa la Chiesa a Napoli: la sentinella. Non ha la chiave di tutti i problemi. Ma resta sveglia nel buio senza cedergli. E continua a dire che l’alba è possibile, anche quando nessuno ci crede più. Non possiamo dare tutto ai nostri giovani, sarebbe disonesto dirlo. Ma possiamo dare una cosa che non ha prezzo: la certezza che qualcuno non si è girato dall’altra parte. La sentinella non porta l’alba. La annuncia. E a volte annunciare è già salvare».
Ha recentemente definito Napoli “una condizione umana”. Alla luce della visita del Papa quale aspetto di questa “condizione” va custodito e quale, invece, cambiato?
«Va custodita l’accoglienza, quella porta che Napoli non ha mai saputo tenere del tutto chiusa, nemmeno nei momenti più duri. Va custodita la fede del popolo, quella che scende in strada, che odora di cera e di vita. Va cambiata la rassegnazione: è il veleno più difficile da estirpare, perché si spaccia per realismo. E va cambiata la solitudine delle periferie, quella sensazione di essere dimenticati che logora le persone nel profondo».
Dalla visita di Leone XIV alla storia del bambino al quale non è stato possibile trapiantare il cuore - e a cui lei ha fatto visita. Quale insegnamento dobbiamo trarre da questa storia drammatica?
«Di fronte a certi dolori le parole fanno rumore, bisogna solo fare silenzio. L’unica cosa che puoi fare è restare lì, accanto, senza pretendere di spiegare o consolare. Davanti al dolore innocente di un bambino anche chi ha fede deve tacere. Non un silenzio di resa. Ma un silenzio che ascolta, accoglie, che tiene compagnia all’insostenibile».
In questi giorni la città è stata colpita dall’incendio del teatro Sannazaro, luogo simbolo della cultura napoletana. Quanto vale l’arte nella cura della vita spirituale?
«Un teatro che brucia non è solo un edificio danneggiato: è un pezzo di anima della città che va in fumo. La cultura educa lo sguardo, allarga il cuore, rende meno violenti. In una città come Napoli i teatri e gli spazi della cultura sono presidi di civiltà e di umanità. Vanno custoditi e quando accadono sciagure come questa, ricostruiti».