Patrizia, la mamma del bimbo morto al Monaldi: «Chiedo verità per mio figlio: ora una fondazione in suo nome»
Sopravvivere a un figlio è la cosa più atroce e lacerante per ogni madre. In tante avrebbero imprecato, si sarebbero lasciate andare sull?onda lunga dell?odio nei...
Sopravvivere a un figlio è la cosa più atroce e lacerante per ogni madre. In tante avrebbero imprecato, si sarebbero lasciate andare sull’onda lunga dell’odio nei confronti dei medici che non sono riusciti a salvargli la vita. Lei no. Patrizia Mercolino è diversa. È un modello. E lo conferma anche quando, a caldo, confessa i suoi pensieri ai giornalisti.
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Oggi Il Mattino ha titolato “Domenico, perdonaci”. E stamattina è arrivata la più tragica delle notizie.
«Anche sotto casa mia hanno sistemato un grande striscione con questa frase. Ma naturalmente questo non è un messaggio rivolto alla gente comune».
A chi parla questo titolo?
«A chi ha sbagliato. È arrivato il momento della verità, voglio sapere chi e cosa mi ha tolto Domenico».
Lei vede responsabili tra i medici del Monaldi che hanno affrontato il caso e seguito suo figlio?
«Anche oggi io non attribuisco colpe, ma qualcuno dovrà pagare perché il mio Domenico non c’è più. Se ne è andato e, se se ne è andato, è per colpa di qualcuno: anzi, più di uno».
Perché il ricordo di Domenico non si annebbi, di che cosa c’è bisogno?
«Con il mio avvocato abbiamo pensato di creare una fondazione che porterà il suo nome: e che sosterrà e aiuterà non solo i bambini che attendono un trapianto d’organi, ma anche le loro famiglie vittime di casi di malasanità. A tale proposito voglio chiedere a tutti di non aderire a certe richieste in denaro che sono cominciate a circolare appena mio figlio è morto: sui social girano appelli a versare denaro su alcuni iban che non mi appartengono. Una vergogna speculare sulla morte di un bambino».
Lei ha incontrato e magari stretto la mano a medici che oggi sono indagati?
«Sicuramente con alcuni ci avrò parlato. Io ho la coscienza pulita, loro non so. E sono alcuni di loro a doversi vergognare, oggi, per avermi guardato negli occhi senza dirmi la verità».
Si sente tradita da quei sanitari?
«Provo solo schifo, non per quello che hanno fatto a me, ma a mio figlio».
Signora Patrizia, ripercorriamo la genesi di questa tragedia. Quando inizia il calvario di Domenico?
«Il 22 dicembre, quando di sera veniamo avvisati dal Monaldi che è in arrivo un cuore nuovo. Corriamo in ospedale la sera stessa, io resto con mio figlio la notte. Il giorno successivo, alle 9,30, Domenico viene portato in sala operatoria, mentre il cuore di un bambino espiantato a Bolzano giunge intorno alle 14,30. Poi succede quello che succede, ma a me non viene detto nulla».
E come le viene spiegata la complicazione? Che cosa le viene detto?
«Quando l’intervento finisce mi dicono: “Signora, abbiamo un problema, il nuovo cuore non riparte”. Io lì per lì mi sono arrabbiata, Domenico viene attaccato all’ECMO e c’è qualcuno che mi dice che stanno cercando un altro nuovo cuore per lui».
Com’era il suo bimbo prima che arrivasse quel maledetto 23 dicembre?
«Un bimbo pieno di vita e che aveva tanta voglia di vivere. Il 13 di dicembre, dieci giorni prima dell’intervento, ad una festicciola di bambini riuscì ad aprire un pesante cancello di ferro: era un leone. (Patrizia qui scoppia in lacrime). Ma di ricordi ce ne sono tanti, adesso li conserverò come un tesoro».
Lei ha denunciato le omissioni e le bugie, dopo l’intervento fallito. Qual è il suo giudizio sul Monaldi?
«Non parlerò mai male dell’ospedale Monaldi, nessuno ne deve infangare l’immagine: questo lo dico dal primo momento. Ma ci sono singole responsabilità, e quelle sì che andranno accertate. Tutte».
Che cosa insegna questa tragica vicenda?
«Tante cose. A cominciare dal fatto che certi errori come questo non dovrebbero mai essere commessi».
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, le è stata vicina telefonandole una sera, in uno dei momenti più duri che stavate vivendo.
«Con lei ci siamo parlate fino a qualche giorno fa. E la ringrazio, come ringrazio il presidente della Regione Roberto Fico, il sindaco di Nola e tanti altri rappresentanti delle istituzioni».
Patrizia, come ha fatto a trovare la forza di resistere?
«Non ho provato rancore verso nessuno. Il mio unico pensiero era rivolto a mio figlio, l’importante restava solo Domenico. Tutto il resto è venuto dopo. Ma adesso è diverso: adesso c’è la giustizia che viene in primo piano. Voglio la verità, su quello che è successo bisogna andare fino in fondo».
E fino a quando ha nutrito la speranza?
«Fino giovedì sera, quando si prospettò la possibilità dell’arrivo di un nuovo cuore. Ma adesso tutto questo non conta più nulla. Adesso voglio solo che la giustizia faccia il suo corso. Lo si deve a Domenico».