Domenico Caliendo, le chat: «È stata una pazzia», sospesi due chirurghi
Chat in diretta dalla sala operatoria: frasi, audio, parole strozzate dall?ansia e dalla fretta. Chat via whatsapp in diretta dalla sala operatoria del Monaldi, nel luogo e nel tempo in cui...
Chat in diretta dalla sala operatoria: frasi, audio, parole strozzate dall’ansia e dalla fretta. Chat via whatsapp in diretta dalla sala operatoria del Monaldi, nel luogo e nel tempo in cui si sta consumando il dramma del piccolo Domenico Caliendo. Parole cariche di dolore e sfinimento di una infermiera e di una caposala, che culminano in una frase che la dice tutta sulla fine di ogni speranza di vita per il piccolo guerriero di Nola: «Ora se lo portano sulla coscienza», dice Teresa Calascione, da anni impegnata nella frontiera del Monaldi, a proposito del piccolo paziente. Intanto, il Monaldi ieri sera ha diramato la notizia della sospensione di «due dirigenti medici coinvolti nella grave e dolorosa vicenda del piccolo Domenico».
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Ad essere sospesi dovrebbero essere i chirurghi Gabriella Farina e Guido Oppido, che hanno proceduto rispettivamente all’espianto dell’organo del bimbo donatore a Bolzano e al trapianto del cosiddetto cuore ghiacciato a Napoli. Ai due professionisti non sono stati comunque notificati documenti ufficiali, mentre il Monaldi spiega che «l’iter disciplinare prosegue per gli altri sanitari coinvolti». Ma torniamo al giorno dell’intervento, alla luce delle chat tra infermieri e caposala finite agli atti.
Un documento, quello delle chat dalla sala operatoria, decisivo per provare a mettere a fuoco scelte e strategie, errori, indecisioni, litigi. E che fanno da corredo alla decisione di piazzare un cuore bruciato dal ghiaccio secco nel petto del piccolo paziente napoletano. Sono le ore 15 dello scorso 23 dicembre, quando ormai tutto si è compiuto: l’equipe dei napoletani di ritorno da Bolzano (guidata dalla dottoressa Gabriella Farina), è atterrata a Napoli e ha raggiunto - via tangenziale - la sala operatoria con la borsa termica che contiene l’organo donato da un piccolo altoatesino. Sono bastati pochi secondi per prendere atto del dramma: su un tavolo c’è «il blocco di ghiaccio» «il cuore donato che è una pietra congelata», «che brucia i polpastrelli» di chi cerca di rianimarlo, mentre sul lettino operatorio c’è Domenico al quale è stato già asportato il cuoricino naturale, quello malato, che non gli aveva impedito comunque di vivere e gioire in famiglia, crescere, amare e sognare una vita normale. Non ha dubbi, l’infermiera quando mette a disposizione le chat del 23 dicembre. Sono le ore 15, quando Teresa Calascione che ha partecipato alla fase preparatoria (ed è ormai fuori ospedale) scrive alla collega Cristiana Passariello, che è ancora in sala operatoria:
Teresa: «Uè, Cri, a che state?».
Cristiana: «Un casino».
Teresa: «Perchééé che è successo?».
Cristiana: (la traduzione di un vocale): «Hanno portato il cuore nel ghiaccio secco si è congelato il cuore forse non lo può impiantare, siamo da tre ore per cercare di togliere il ghiaccio, ma è un casino».
Teresa: «No, cioè, ma si è congelato troppo?».
Cristiana: «Un’ora ci è voluto, si è congelato tutto. Un’ora ci è voluto solo per cacciarlo dalla borsa buttando acqua calda. Tengo la mano destra con tre polpastrelli che non li sento più».
A questo punto, Teresa Calascione chiede del primario, vale a dire del medico chirurgo Guido Oppido, a capo della equipe che ha operato Domenico.
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Teresa: «Avete risolto? Ma lui ha fatto il pazzo?».
Cristiana: «Il cuore per scongelarlo lo abbiamo messo nell’acqua calda, ti ho detto tutto. Se riparte è un miracolo».
Teresa: «Ma lo sta mettendo?».
Cristiana: «Sta facendo le anastomosi (manovre di rianimazione). Ha fatto il pazzo. Che te lo dico a fare. Lo sta mettendo».
È in questo clima, che il caposala dice «è meglio che si tiene il cuore suo», salvo poi domandarsi «ma come, già hanno levato ‘o core?».
Poi c’è un passaggio sulla tensione tra i responsabili della equipe. Dice Cristiana Passariello: «Non ha voluto Gabriella (Farina), né lei, né Vincenzo (Vincenzo Pagano, che era con Farina a Bolzano). Ha detto “lasciatemi solo andatevene di qua”». Parole drammatiche che vengono confermate anche nella chat di Teresa Calascione con il caposala Francesco Farinaceo, che è in sala operatoria, quando ormai sono le 16.06 di una giornata infinita.
Francesco Farinaceo: «Non va Terri (riferendosi al cuore)».
Teresa Calascione: «Ma che dici? Non parte?».
Francesco Farinaceo: «Zero, sta mettendo gli elettrodi».
Teresa Calascione: «Madò. Mamma mia, se lo tengono sulla coscienza».
L'autopsia
Parole finite nell’inchiesta condotta dal pm Giuseppe Tittaferrante, sotto il coordinamento dell’aggiunto Antonio Ricci, la svolta è attesa per i prossimi giorni. Martedì mattina, dinanzi al gip Sorrentino, incidente probatorio sul corpo del piccolo Domenico. Chiedono chiarezza Antonio Caliendo e Patrizia Mercolino, genitori del piccolo morto dopo due mesi di agonia, che sono assistiti dal penalista Francesco Petruzzi. Sette gli indagati, tra cui Gabriella Farina (assistita dai penalisti Dario Gagliano e Anna Ziccardi), il suo vice Vincenzo Pagano, ma anche il chirurgo Guido Oppido (difeso dai penalisti Vittorio Manes e Alfredo Sorge); tra i nomi degli indagati anche la dirigente Marisa De Feo (assistita dal penalista Luigi Ferrante) per la mancanza di formazione dell’uso di box digitali, comprate dal Monaldi ma rimaste chiuse in un armadio.
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A leggere l’avviso di fissazione dell’incidente probatorio, si comprende che ad essere sotto inchiesta sono solo i sette medici napoletani. Non ci sono i due dipendenti del San Maurizio di Bolzano, che hanno materialmente rabboccato del ghiaccio secco in una scatola termica da spiaggia, ma solo dopo aver mostrato il refrigerante alla dottoressa Farina. Restiamo a Bolzano, sempre alla luce delle testimonianze fornite dagli infermieri. È il racconto di Martina Giordani, infermiera altoatesina, che ricorda la fine dell’intervento di espianto degli organi da donare: «Quando Napoli è uscita dalla sala, meno caos, c’è stato un ritorno a un clima più tranquillo». Pochi minuti prima, un chirurgo austriaco aveva sollecitato per tre volte la collega napoletana a sbloccare il flusso sanguigno, salvo intervenire in prima persona («perché la dottoressa non capiva o era sopraffatta», si legge).