Marinella De Nigris: «Empatico, gentile e appassionato: mezzo secolo di vita vissuta con lui»
Per mezzo secolo assieme, 52 anni, a voler essere pignoli. Ma comunque un?intera vita condivisa. «A due anni dalla sua morte - dice Marinella De Nigris in Siniscalchi - scopro ancora...
Per mezzo secolo assieme, 52 anni, a voler essere pignoli. Ma comunque un’intera vita condivisa. «A due anni dalla sua morte - dice Marinella De Nigris in Siniscalchi - scopro ancora oggi aspetti inediti di mio marito, particolari e sfumature del suo carattere poliedrico. E mi stupisco».
Chi era Vincenzo Maria Siniscalchi?
APPROFONDIMENTI A casa di Vincenzo Maria Siniscalchi: «La mia vita in una stanza tra Maradona, Proietti e Tinto Brass»Napoli, morto l'avvocato Siniscalchi; le battaglie al fianco di Maradona: «Non lo lasciai mai solo»Morto l'avvocato Siniscalchi, le lacrime di Napoli: «Ha saputo difendere vittime e deboli»
«Un uomo che emanava forte empatia. Ancora oggi mi meraviglio nel ricevere messaggi, e sono tanti, di amici e anche gente comune che ancora oggi lo ricorda con affetto e riconoscenza. Era molto amato, sapeva farsi voler bene. E poi aveva un tratto di umanità, di educazione, di rispetto verso il prossimo, doti oggi sempre più rare».
Del Siniscalchi penalista, principe del Foro, tutti sanno. Ci racconti invece dell’uomo, del marito, della sua sfera più intima.
«Ripeto, una delle sue doti era il tratto umano. E poi nutriva diecimila interessi al di fuori della professione».
Uno su tutti.
«Il cinema, sebbene Vincenzo avesse passione per tutte le arti. Appena potevamo, la sera, correvamo al cinema. Non si perdeva un Festival del Cinema di Venezia. Ricordo che uno degli ultimi film che vide, e che lo toccò molto emotivamente, fu “Povere Creature”. Gli era piaciuto molto e ne parlava spesso. E questa sua passione oggi rivive in mia figlia, Alessia, che fa teatro».
Domani Napoli, l’avvocatura e quanti gli hanno voluto veramente bene gli tributano l’onore più alto: il busto in quel Salone dove ci sono i nomi più alti e prestigiosi dell’avvocatura. Che emozione sarà per lei?
«Grande, inutile dirlo. Vincenzo era legatissimo alla toga, a quell’avvocatura alla quale ha dedicato la sua intera esistenza. Perché lui era profondamente avvocato, e questo lavoro lo faceva per passione. Non era venale, non pensava ai guadagni: ad animarlo era una passione autentica, verace, per il diritto. E so che Castel Capuano e il Salone dei Busti è e sarà per sempre la sua nuova casa».
Chi lo ha conosciuto bene spiega che suo marito era anche un lavoratore instancabile. È così?
«Lo era nella vita professionale come in quella privata. E lo ha dimostrato anche quando si è dedicato alla politica. La sua elezione nel collegio di Chiaia-Posillipo-Vomero quando si rese vacante il seggio occupato da Antonio Rastrelli. Fu l’inizio di una nuova avventura, e per lui che era uno spirito avventuroso, e curioso, fu il principio di questa nuova esperienza da deputato».
E successivamente entrò in quota “laici” anche al Consiglio superiore della magistratura.
«Esattamente. Anche quello fu un periodo che lo coinvolse fino in fondo. Enzo era fatto così: se accettava un incarico doveva assolvere il suo dovere fino in fondo. Ecco perché il Siniscalchi avvocato e il Siniscalchi politico, consigliere nell’organo di autogoverno della magistratura e il Siniscalchi “privato” coincidevano sempre perfettamente».
Chi furono i suoi maestri, quando diventò avvocato?
«Fu allievo di Giovanni Leone. Ma, nella vita e nella sua formazione di uomo fu allievo soprattutto di suo padre, che gli infuse la passione per la professione, per lo studio e per il valore dell’aggiornamento costante. Ricordo sempre che raccontava di essersi trovato improvvisamente la toga sulle spalle subito dopo la tragica fine che fece il suo papà».