Intervista a Sal Da Vinci: «Io, voce del popolo venuta dal basso. Come Nino d'Angelo e Gigi d'Alessio»
Il Mattino

Intervista a Sal Da Vinci: «Io, voce del popolo venuta dal basso. Come Nino d'Angelo e Gigi d'Alessio»

Sabato 28 febbraio 2026
6 visualizzazioni

Meglio azzardare subito una fenomenologia di Sal Da Vinci, conoscendolo bene, prima che lo faccia qualcun altro, che non lo conosce per niente. Che sia lui, come possibile, anzi probabile...

Meglio azzardare subito una fenomenologia di Sal Da Vinci, conoscendolo bene, prima che lo faccia qualcun altro, che non lo conosce per niente. Che sia lui, come possibile, anzi probabile (Fedez-Masini permettendo), o meno, il vincitore del Sanremo 2026, di sicuro la canzone che ha marchiato a fuoco l’edizione che finisce stasera è la sua «Per sempre sì», che ha conquistato chiunque tranne i puntuali detrattori della canzone popolare, gli eterni snob: «È roba da matrimonio napoletano», hanno sentenziato, quasi fosse un’offesa. È «roba neomelodica», hanno continuato, quasi dimentichi dei pregiudizi simili che hanno pesato sulle carriere di Nino D’Angelo e Gigi D’Alessio.

APPROFONDIMENTI “Sal Da Vinci ha vinto il Festival”, il recap della terza serata di SanremoSanremo 2026, Da Vinci-Luchè: Festival formato cantaNapoli

Michele Zarrillo a Sanremo con Sal Da Vinci: la rinascita dopo l'infarto e l'amore della famiglia

Sal Da Vinci all’anagrafe è Salvatore Michael Sorrentino da New York, dove papà Mario (e mamma Nina) l’aveva fatto nascere impegnato com’era alla ricerca dell’America, di un posto al sole nel mondo della canzone. Dove lui è rimasto pochi mesi ed è tornato solo 42 anni dopo, per celebrare con rito civile quel matrimonio che negli States non avevano mai ratificato: alla moglie, a Paola, alla loro promessa d’amore è dedicata la canzone che sta impazzando dovunque. Per capire i volumi del successo, diamo un’occhiata a YouTube, dove lui, al momento di scrivere questo pezzo, ha 1.600.000 visualizzazioni, Fedez-Masini 600.000.

Sal Da Vinci e la moglie Paola Pugliese, il segreto della storia d'amore dietro "Per sempre sì": «Stiamo insieme da 40 anni»

Sal, che qualcuno vuole già ribattezzare Salremo, ha debuttato dal vivo a 6 anni, su disco a 7 («Miracolo ‘e Natale», in duetto con il padre), in teatro a 8 (con il padre e le sceneggiate «Caro papà» e «Senza mamma e senza padre»), al cinema a 9 (in «Figlio mio sono innocente!» di Carlo Caiano, sempre con il genitore). Ancora con papà Mario, nel 1984, ha spopolato al cinema con «Il motorino», ispirato alla canzone melodrammaticissima «’O motorino». Nel 1986 ha fatto lo scugnizzo in «Troppo forte» di Verdone ed inciso «Guaglione» di James Senese e Peppe Lanzetta. Nel 1994 ha vinto, con «Vera», la seconda ed ultima edizione del «Festival italiano», tentativo di anti-Sanremo condotto su Canale 5 da Mike Bongiorno. Nel 1999 Roberto De Simone gli ha affidato la parte da protagonista dell’«Opera buffa del giovedì santo». Da marzo 2002 a febbraio 2007 ha impazzato con il musical «C’era una volta... Scugnizzi» di Claudio Mattone. Nel 2009 è arrivato terzo a Sanremo con «Non riesco a farti innamorare»: da allora ha proposto almeno una canzone all’anno al Festival, che le ha bocciate tutte, non importa nemmeno se firmate da Renato Zero o Gigi D’Alessio. Nell’estate 2024 l’exploit di «Rossetto e caffè»: «Da quel momento non si è capito più niente», spiega lui.

"Ho goduto per la standing ovation a Sal", le parole del maestro D'Alessio da Sanremo

E adesso «Per sempre sì», Sal.

«Anche qui non capisco niente, le reazioni sono eccessive, dal video di Del Piero e Mahmood alle reazioni della gente per strada qui a Sanremo: sembra che la stessero aspettando, questa benedetta canzone».

Qualcuno, però, ha da polemizzare.

«Ognuno ha il diritto di amare o meno un brano, ci mancherebbe. Però...».

Però?

«Però alcuni giudizi sono grossolani. Non voglio che questo motivo sia giudicato in base al mio passato, non voglio farmi scudo di De Simone e di Mattone e di Zero e di Dalla, ma vorrei che fosse rispettato almeno chi si ritrova nelle mie parole, chi si emoziona di fronte al mio pezzo».

Un rispetto che manca?

«Io sono un napoletano cantante del popolo, un cantante napoletano del popolo, un cantante del popolo napoletano, diciamolo in tanti modi. Ma ricordando che Napoli è Italia, che la canzone italiana è nata a Napoli, ha girato il mondo grazie a Di Giacomo e Bovio. Che poi è arrivato uno come Pino Daniele a rivoluzionarla, rinnovarla, tessere il filo tra passato e presente e futuro».

Che cosa vuol dire un cantante di popolo?

«Che sono venuto dal basso, dai gironi infernali dove gli intellettuali non scendono, se non quando devono sdoganare qualcuno per moda. C’è un pregiudizio sulla melodia popolare partenopea e questo non lo posso accettare. In passato l’hanno pagato Nino D’Angelo e Gigi D’Alessio, un paio di anni fa Sanremo è stata ingiusta con Geolier, che fa rap, ma fa parte anche lui, con orgoglio confesso, della categoria dei cantanti napoletani venuti dal basso».

Che cosa non ti viene perdonato? La voce c’è, mi sa che nessuno può metterla in dubbio.

«Grazie, ma si vede che non basta. Magari è il tema, quello dell’eterna promessa d’amore. Ma sappiamo tutti che basta essere in due, e non importa di che sesso, per farsi promesse, le nozze non sono necessarie, all’amore non servono documenti. E sappiamo tutti, anche, che spesso le tradiamo quelle promesse, ma l’importante è farsele, provarle a difenderle. E se non reggono, rialzarsi e prepararsi a farle a qualcun altro».

Insomma sei accusato di essere l’ultimo dei romantici?

«Ma no, e sono in buona compagnia anche all’Ariston. Raf canta “Ora e per sempre”, dedicato alla moglie, Tommaso Paradiso “I romantici”».

E allora quale è la lesa maestà di cui sei responsabile? Troppo di pancia, troppo immediata la tua canzone? Troppo «facile»? Troppo «popolare»?

«Forse, ma non sempre si canta la poesia di “Era de maggio” e “Napule è”. A volte ci si diverte soltanto, si balla, si regala un sorriso a chi di motivi per averne non ne ha molti. E, poi, fammi dire un’ultima cosa».

Prego.

«Ho voluto una canzone dedicata a mia moglie, ma il mio “Per sempre sì” è rivolto anche alla mia Napoli, al mio Sud. La costruzione di un lavoro, come quella di un amore di cui cantava Fossati, mescola davvero il sangue con il sudore. La mia carriera è stata un ottovolante, ho difeso con i denti ogni centimetro conquistato. Ma non sono mai andato via. E a Napoli torno appena finito qui. Per ripeterle: per sempre sì. Per qualcuno sono “trash”, io sento l’obbligo di renderle anche una minima parte di tutto quello che mi ha dato».

Condividi questo articolo