Morte Domenico Caliendo, indagini sul ghiaccio secco: il giallo della ?toppa? sul frigo
Succede che una manina si è mette all?opera con uno strano tempismo. Nulla di irregolare, nulla di strano, in uno scenario quanto mai ordinario, almeno per quanto riguarda la pubblica...
Succede che una manina si è mette all’opera con uno strano tempismo. Nulla di irregolare, nulla di strano, in uno scenario quanto mai ordinario, almeno per quanto riguarda la pubblica amministrazione. Uno scenario che spinge qualcuno a mettere un adesivo sul frigorifero del ghiaccio secco, quello da cui era stato prelevato il materiale refrigerante destinato alla borsa termica artigianale che avrebbe dovuto trasportare un cuore donato a Bolzano fino alla sala operatoria del Monaldi.
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Strana storia, quella del frigorifero del ghiaccio secco nell’antisala del San Maurizio di Bolzano: senza un avviso di pericolo, senza una didascalia, senza una nota per gli addetti ai lavori almeno fino a quanto il caso del piccolo Domenico Caliendo non diventa una pagina di malasanità nazionale. Già, nazionale, secondo quanto è stato possibile ricostruire fino a questo momento. Inchieste giornalistiche, dal momento che non esistono indagati tra medici e infermieri di Bolzano, che fanno leva su due foto: quella del prima e del dopo; del frigo senza nota e del frigo con l’avviso “ghiaccio secco”, “fate attenzione”. Chi l’ha messo quell’adesivo? E per quale motivo?
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La difesa
È uno dei punti evidenziati dalla difesa della dottoressa Gabriella Farina, la chirurga che ha operato l’espianto del cuore poi portato a Napoli in condizioni deteriorate (congelate dal ghiaccio secco). Ed è uno dei punti evidenziati anche nel corso della puntata lo Stato delle cose, condotta da Massimo Giletti su Rai Tre: parliamo dell’adesivo “ghiaccio secco” posto sul frigorifero collocato nella zona della antisala dell’ospedale San Maurizio di Bolzano. In sintesi, fino al 23 dicembre (data dell’intervento di espianto) non c’era la dizione “ghiaccio secco”, né esistevano le dovute avvertenze legate al pericolo nell’utilizzo di questo materiale refrigerante (che abbassa la temperatura a meno 79 gradi).
Eppure questo tipo di precauzioni sono comparse all’indomani del caso mediatico legato alla morte del piccolo Domenico Caliendo. Un retroscena che emerge anche dalla nota difensiva diramata sabato sera dai due legali di Gabriella Farina, i penalisti Dario Gagliano e Anna Ziccardi: «Appare singolare, e merita di essere sottolineato, che non venga minimamente presa in considerazione la posizione del personale di sala che, a fronte di una richiesta di ghiaccio da utilizzare per il trasporto dell’organo espiantato, avrebbe fornito un prodotto totalmente diverso – ovvero anidride carbonica allo stato solido – indistinguibile a occhio nudo dal ghiaccio comune, ignorandone gli effetti ustionanti». Una scena che fa i conti anche con una serie di passaggi istruttori emersi nel corso dell’inchiesta dei carabinieri del Nas, agli ordini del comandante Alessandro Cisternino. Restiamo a quanto messo agli atti dai due infermieri di Bolzano, che raccontano di aver prelevato ghiaccio secco (senza specificarne la qualità) in un recipiente di polistirolo, poi mostrato alla chirurga napoletana che era ancora alle prese con la fine del l’espianto.
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Le testimonianze
Una scena che resta cristallizzata. Entrambi i dipendenti chiariscono di aver fornito del ghiaccio ai napoletani, per rispondere a una precisa richiesta da parte della chirurga napoletana Farina, che doveva affrontare il viaggio di rientro da Bolzano a Napoli. Ed entrambi ricordano di aver mostrato il contenuto del ghiaccio all’interno di un contenitore di polistirolo. Eppure la richiesta della chirurga napoletana è stata chiara. Spiega un infermiere: «Mostrai il contenuto alla dottoressa napoletana, che mi disse di rabboccare il ghiaccio attorno e sotto il contenitore trasportato all’interno della scatola termica usata per riportare a Napoli il cuore donato».
Ed è un punto controverso quest’ultimo, come emerge per altro anche dalle poche righe con cui si è espressa sabato scorso la dottoressa Farina: «Le immagini diffuse on line relative a un frigorifero dell’Ospedale di Bolzano con etichetta “ghiaccio secco” risultano fuorvianti perché inducono a credere che la dottoressa Farina non avrebbe neppure letto l’etichetta». Circostanza impossibile quest’ultima, dal momento che in quel 23 dicembre non c’era l’etichetta sul frigorifero. E dal momento che la stessa Farina è rimasta in sala operatoria a completare l’espianto del cuore.
Un punto su cui concordano anche i due testimoni (parliamo sempre dell’infermiera e dell’operatore sanitario), che confermano una circostanza: la dottoressa Farina è rimasta in sala operatoria - hanno spiegato - era ancora bardata dalla mascherina e stava riponendo il cuore nei sacchetti». Retroscena che ora attendono gli esiti di perizie e consulenze da parte dei periti in campo. Ne sono 25 in campo, tra periti di ufficio e di parte. Ieri, nell’aula 717 del Tribunale, c’è stato il conferimento degli incarichi per una autopsia che ha avuto inizio nel pomeriggio e che vede impegnati anche i consulenti della famiglia di Antonio e Patrizia Caliendo (difesa dal penalista Francesco Petruzzu) e dei sette medici indagati (assistiti, tra altri, dagli avvocati Ermanno Carnevale, Luigi Ferrante, Vincenzo Maiello, Vittorio Manes, Alfredo Sorge).